Lui non avrebbe mai voluto essere li’.
Lei era stata contenta quando le aveva detto “Vestiti, andiamo al parco.” In fretta si era tolta il pigiama e si era lavata e poi vestita, carina, da domenica.
Lui avrebbe voluto essere all’oratorio, con gli amici, a giocare a pallone.
Lei era stata contenta, prima, ma ora non capiva cosa ci facesse li’, chissa’ che cosa si era aspettata dalla passeggiata al parco.
I due adulti li precedevano e parlavano tra di loro, il padre di lei gesticolava parecchio e tendeva ad alzare la voce, l’altro aveva le mani in tasca e lo lasciava parlare.
Lui era arrabbiato e prendeva a calci le foglie, i rami, i ricci e le castagne matte.
Lei lo guardava, non le sembrava molto simpatico, ma era piu’ piccolo e forse toccava a lei tentare di fare amicizia. Non le piaceva il modo rabbioso che aveva di prendere tutto a calci, ma i maschi sono cosi’, sono un po’ violenti.
I grandi davanti parlavano di cose importanti, o almeno sembrava da come si accalorava il padre di lei. Ogni tanto diceva anche qualche parolaccia. Loro, dietro, non seguivano il senso del discorso ma le parolacce si distinguevano bene e anche i nomi dei calciatori, lui li conosceva tutti, lei soltanto un paio.
Lei si guardava intorno, la incantavano i colori accesi delle foglie e respirava con piacere l’odore di terra bagnata e di funghi. I vicini di casa facevano piccole gite in quel parco per cercarli davvero, i funghi, e una volta l’avevano portata con loro. Lei non ne aveva trovato neanche uno ma le era piaciuto correre sul prato e lanciare rametti a Dick, il loro cane bastardino.
Lui vide subito la grossa pozzanghera e il primo istinto fu quello di saltarci dentro e di schizzare fango ovunque. Ma non lo fece.
Lei vide la pozzanghera solo un attimo prima di finirci dentro e tiro’ un sospiro di sollievo per essersene accorta in tempo, poi senti’ una spinta sulla schiena, perse l’equilibrio e ci cadde dentro davvero.
Le scappo’ un grido o un lamento.
Il padre di lui si volto’ mentre quello di lei parlava, parlava e camminava.
Il padre di lui lo chiamo’: “Tua figlia e’ caduta.”
Il padre di lei torno’ indietro e subito la strattono’ mentre lei tentava di rialzarsi da sola.
“Stupida, non guardi mai dove vai!”
“Ma mi ha spinto lui!”
“Zitta, stupida, a casa facciamo i conti!”
Il padre di lui cercava di minimizzare. Chiese al figlio se era stato lui e lui nego’.
Lei aveva le mani e un ginocchio sbucciati e l’acqua sporca le colava di dosso.
Piangeva e cercava gli occhi di lui come a dirgli “Guarda cosa mi hai fatto! Perche’?” ma lui si era spostato vicino a suo padre e aveva ripreso a scalciare, come se la caduta di lei non lo riguardasse.
Il padre di lei si scuso per quella stupida di sua figlia mentre la trascinava via, fuori dal parco.
A casa, il padre mostro’ alla madre come si era conciata quella stupida di “tua” figlia e continuo’ a sbraitare finche’ non gli fu servito il pranzo e anche allora niente andava bene.
Lei, in bagno, si era lavata, aveva messo i vestiti sporchi nella vasca da bagno e aveva rimesso il pigiama, che di solito teneva su tutto il giorno, la domenica.
L’aveva detto a sua mamma che lui l’aveva spinta, almeno lei le credeva.
Anche se si era gia’ rivestita, non si mosse dal bagno finche’ non venne sua madre a chiamarla: “Dai, vieni di la’ e fai finta di niente che senno’ e’ peggio.”
La segui’ in cucina ma, col magone che aveva, sapeva che non sarebbe stato facile far finta di niente e mangiare.