“La smetti di accamparti nel mio portone?”
“L’altra volta non ero accampato, sono arrivato dopo di te.”
“Dettagli, il senso l’hai capito.”
“Dovevi chiamarmi.”
“Sono stata a parlare con loro fino a poco fa.”
“Non ti hanno accompagnata sotto casa, hai comunque avuto il tempo di chiamarmi.”
“Beh, che fai, mi controlli? Si’, il tempo l’ho avuto ma ho pensato che fosse meglio lasciare a Sandra il compito di chiarire direttamente con te la cosa.”
“Avevamo un accordo.”
“Senti, non e’ stata una passeggiata per me, non ti ci mettere anche tu.”
“Ma hanno ammesso tutto?”
“Beh, c’era poco da negare, non credi?”
“E tua madre come si e’ discolpata?”
“Ti sei sbagliato su mia madre, non e’ stata lei a “corrompere” Sandra, se di corruzione si puo’ parlare, e’ stata tua sorella a corteggiare mia madre.”
“Palle, non ci credo.”
“Sto esaurendo la pazienza. Se non mi credi e’ inutile perdere tempo con te.”
Lo supero e proseguo decisa a rientrare a casa mia e dimenticare la sua esistenza.
“No, aspetta, scusa, questa storia mi sta facendo diventare paranoico.”
“Mollami il braccio. Mi sa che tu paranoico lo sei dalla nascita.”
“Non rifacciamo il bis dell’altra volta, per favore, dimmi cosa vi siete dette.”
Esito. Avrei solo voglia di salire, farmi una doccia e spegnermi davanti alla tv. Ma, quando mai faccio quello che voglio?
“Ok, ma facciamo un giro, ho bisogno di un po’ d’aria.” E non ho bisogno di averti di nuovo a casa mia, ma questo non glielo dico.
“Vuoi che andiamo a bere qualcosa?”
“Grazie ho gia’ dato, qui dietro c’e’ un piccolo parco, facciamo due passi.”
La sera, il parco se lo dividono pacificamente anziani ed extracomuitari, tutti uomini. I vecchi giocano a bocce o si portano tovolino e sedie da casa e giocano a carte. I piu’ bravi sono sempre quelli in piedi intorno ai giocatori, gente che non calerebbe mai un carico sapendo che l’avversario ha una briscola in mano. I marocchini stanno a due o tre sulle panchine, gli ispanici, in gruppi piu’ numerosi, si attrezzano con sedie e sdraio mezze rotte, prelevate dove capita, birre e vecchi mangiacassette con musica latina a palla, gli africani fanno sentire l’eco dei loro tamburi dai prati piu’ all’interno, in fondo al parco. Di cinesi neanche l’ombra, sono tutti a cucire borse o a servire nei ristoranti.
“Mia madre ha fatto una vita d’inferno con mio padre, anni e anni di annientamento psicologico, poi un giorno lui ha trovato una piu’ giovane e grazie a dio se n’e’ andato da casa. Pensavo che a quel punto avrebbe potuto ricostruirsi una vita anche lei, ma invece dalla vita si e’ completamente allontanata, riversandosi su di me. Si e’ occupata di me, in modo soffocante e ossessivo, finche’ non sono riuscita ad andarmene a vivere da sola. A quel punto, e’stata costretta a ricominciare di nuovo ma questa volta l’ha fatto sul serio. Mi ha detto che yoga le ha cambiato la vita, innanzi tutto per aver preso la decisione di iscriversi, lei che non ha mai fatto nulla fuori casa, poi perche’ ha imparato una nuova consapevolezza del suo corpo e, partendo da li’, ha ricostruito se’ stessa. Quando ormai aveva trovato un suo equilibrio, proprio a yoga ha incontrato tua sorella che ha rischiato di mandare tutto all’aria di nuovo.
Sandra mi ha confessato di essersi accorta di essere lesbica dalle superiori e di non avermi mai detto nulla per paura di perdere la mia amicizia. Pare che un paio di volte io abbia fatto commenti stupidi su gay e lesbiche, quei commenti che si fanno perche’ denigrare gli altri, soprattutto se diversi, fa sentire piu’ forti e piu’ giusti, beh, cmq lei li ha presi molto sul serio e, nonostante l’amicizia, si e’ tenuta tutto per se’. Credo che non abbia mai detto nulla in famiglia per lo stesso motivo. Con mia madre, invece, e’ subito riuscita a confidarsi e anche mia madre si e’ aperta con lei, parlandole del suo matrimonio e dei suoi problemi, finche’ l’amicizia e la sintonia che sentivano si sono trasformate in attrazione. Per Sandra e’ stata una cosa logica e normale, per mia madre qualcosa di completamente sconvolgente e inaspettato. All’inizio ha rifiutato questa attrazione, poi ha capito di doverla assecondare.
Stanno insieme da circa un mese, vivono la cosa alla giornata, sono felici.”
Luca tace e continua a camminare al mio fianco. Non mi ha interrotta una sola volta durante il mio lungo monologo, lo interpreto in modo positivo, penso stia assorbendo il colpo. Come mi rendo conto di aver fatto io, mentre raccontavo.
“Vieni, sediamoci.” Si toglie lo zaino e si siede. Io rimango in piedi e lo guardo mentre apre lo zaino e ne tira fuori una scatoletta rettangolare.
“Dai, siediti, questa e’ per te.” E mi porge la scatola.
Sorpresa, mi siedo e la prendo.
“Per me?”
“Si, per ringraziarti per la cena di ieri sera.”
“Un regalo?”
“Si’, certo, un regalo.”
“Ah.”
Sono sbalordita. Non riesco a guardare lui e allora continuo a guardare la scatoletta, rigirandola in mano.
“Non c’era bisogno di farmi un regalo per un piatto di pasta.”
“Lo so, ma l’ho visto, l’ho associato a te e l’ho comprato.”
“Ah.”
“Devi aprirlo, non l’ho comprato per la scatola, sai?”
Sento che sono arrossita. Maldestramente apro la scatoletta e ne tiro fuori uno strano oggetto composto da due pezzi, uno e’ bianco, ovale, di porcellana opaca, un po’ porosa, sembra vellutata al tatto, ha una conca nel centro, ricorda mezzo uovo sodo, senza tuorlo; l’altro e’ una sfera di vetro satinato, completamente liscia, e’ un po’ piu’ piccola della conca che sembra la sua naturale collocazione. Perplessa guardo Luca. “Cos’e’?”
“Sono mortaio e pestello, per macinare le spezie. Ho notato ieri sera che hai dovuto usare una ciotola.”
Sgrano gli occhi che devono essere diventati della stessa grandezza della sfera. Probabilmente non ho un’aria molto intelligente perche’ lui mi prende la mano che tiene la base e me la stringe e con l’altra mette la mia sopra la sfera e la muove, massaggiandomi cosi’ il palmo della mano e provocandomi un imbarazzo tale che da rossa probabilmente sono diventata viola. Sento sul mio palmo la sfera che rotola come la pallina di un mouse e sul dorso il calore della sua mano.
“Vedi, si fa cosi’, mi diceva la commessa che per le spezie e’ perfetto perche’ di solito se ne trita una piccola quantita’ per volta per non disperderne l'aroma. Comunque io l’ho preso soprattutto perche’ mi sembrava bello.”
Lascia le mie mani e io posso finalmente appoggiarmele sulle ginocchia, sempre reggendo il suo regalo.
“Grazie, e’ davvero molto bello in effetti.”
“Si’, e poi a me piacevano le sensazioni tattili che da’.”
“Ecco, si’”
Rimetto in fretta quel coso nella scatola e mi alzo.
“Sei stato davvero molto gentile ma non era necessario.”
“lo so, ma nella vita non si fanno solo cose necessarie, non trovi?”
“Gia’, si’. Senti, allora cosa pensi di dire a Sandra?”
“Niente. Penso di ascoltarla come prima ho ascoltato te, ascoltare e basta. Avrei dovuto ascoltarla anni fa, credo.”
“Gia’, lo stesso avrei dovuto farei io con mia madre.”
“Beh, grazie di tutto.”
“Grazie a te per il regalo.”
“Usciamo di qui, ti riaccompagno a casa.”
“Non e’ necessario.”
Si mette a ridere “Certo che hai un grande senso di cio’ che e’ necessario e di cio’ che non lo e’. Inizio a pensare che per te nulla sia davvero necessario.”
Faccio un sorriso un po’ tirato e mi faccio riaccompagnare a casa senza rispondere. Non ha torto. A furia di badare solo a cio’ che e’ necessario, forse, mi sto perdendo tutto il resto.