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venerdì, 05 giugno 2009

L'evento

Sgrano gli occhi di fronte a quello che sembra il tempio del cattivo gusto. Mia madre appare scioccata, mentre Sandra, che ci ha trascinate qui, accusa molto meglio il colpo.
“Quale posto migliore per un evento yoga? Davvero non saprei immaginarne uno piu’ adatto!”
Sandra mi lancia un’occhiataccia e posa la mano sul braccio di mia madre, quasi a rassicurarla.
“Liliana, ci ha spiegato che lo scopo di questa serata e’ di decontestualizzare lo yoga, sapevamo che era una discoteca, no?”
“Sì, ma mi aspettavo qualcosa di meno…”
“Hollywoodiano? Pacchiano? Infernale?”
Sandra mi interrompe mentre generosamente offro definzioni a mia madre per terminare la frase.
“E piantala! Coraggio, entriamo.”
Io me ne tornerei a casa volentieri, il troppo casino non lo reggo. Sandra lo sa ma e’ riuscita a condirmi via con la storia che a mia madre avrebbe fatto piacere, sarebbe stato un modo per dimostrarle che avevo accettato la loro relazione e altre balle di questo tipo.
Sandra mostra l’invito e il buttafuori ci fa passare. Liliana, l’insegnate di yoga, e’ gia’ nell’ingresso con altre 5 donne del corso.
“Benvenuta, Martina.” mi dice alzando un po’ la voce per il casino “Mi fa piacere che tu ti unisca a noi questa sera.”
“Sono solo venuta a vedervi.” le urlo di rimando.
“Oh, no, non puoi solo guardare, devi partecipare anche tu!”
“Ma io non ho mai fatto yoga!”
“Non ti preoccupare, parteciperanno altre persone che non l’hanno mai praticato, chiunque stasera potra’ unirsi a noi, faro’ una sequenza molto semplice che verra’ eseguita in maniera fluida e dinamica, come una danza, vedrai, sara’ molto energizzante.”
“Ma non ho la tuta!”
“Non sono elasticizzati quei jeans? Non hai neanche il problema della cintura in vita, vedrai che riuscirai a fare i movimenti senza sforzo anche vestita cosi’.”
Mi giro verso Sandra e la sorprendo che se la ridacchia di nascosto. Posso pure accettare che si scopi mia madre, ma questa carognata dello yoga e’ troppo! Medito di bloccare la sua mail e di cancellare il suo numero di cellulare per sempre, gia’, magari insieme a quello di suo fratello. Maledico me stessa per essermi fatta distrarre da Luca invece di procurarmi una cintura che, come mi e’ appena stato ricordato, non ho ancora comprato. A cosa e’ valso seguirlo? A farmi sentire piu’ idiota del solito, quando, buttando casualmente li’’ l’argomento Luca con Sandra, e’ venuto fuori che e’ sposato, separato, con un figlio di 6 mesi, convivente con una tipa ma in procinto di rompere anche con lei per un’altra. Che istinto fenomenale ho per gli uomini!
Sul momento, questa cosa di Luca mi ha spiazzata e Sandra ha avuto gioco facile a trascinarmi qui.
Arrivano altre donne, siamo ormai un bel gruppetto. Siamo? Come faccio in fretta ad accettare le cose che in realta’ vorrei evitare… Vabbe’, mi terro’ in fondo e mi nascondero’ dietro a tutti, tanto qui chi mi conosce?
Capisco troppo tardi che non faremo yoga in una stanzetta per pochi intimi ma nel centro della pista principale.
C’e’ una specie di grosso rettangolo delineato da nastri di plastica fucsia, uno dello staff scosta un sostegno di ferro per farci passare, poi lo rimette a posto dietro di me che chiudo la fila. La musica si interrompe all’improvviso e la gente intorno smette di ballare. Si sentono brusii, proteste, finche’ Liliana prende la parola, con un microfono in mano.
“Buonasera, Come saprete, questa e’ una serata a tema dal titolo “Altri mondi”. Tra i vari eventi della serata, noi ci prepariamo ad esplorare il nostro mondo interiore per accedere ad altri mondi, tra cui quello spirituale. Lo faremo tramite lo yoga e la meditazione. Fra poco la musica riprendera’ come prima e voi potrete ballare. Nel frattempo, io e il mio gruppo eseguiremo delle sequenze dimamiche del saluto al sole. Alla fine del ciclo, ci siederemo per terra e, senza chiudere gli occhi e senza estraniarci da cio’ che ci circonda, ascolteremo i nostri pensieri e li lasceremo andare senza trattenerli. Ognuno vivra’ questa esperienza in modo personale e accogliera’ cio’ che essa portera’ senza chiedersi se e’ il modo giusto o sbagliato di viverla, ma con la piena accettazione dell’esperienza in se’, cosi’ come gli si presenta. Chiunque voglia, puo’ passare sotto i nastri e unirsi a noi, l’unica cosa che chiedo e’ di rispettare una certa distanza dagli altri per non intralciare i movimenti. Grazie a tutti. Rimettete la musica per favore.”
La musica riprende ma nessuno balla, tutti osservano l’insegnante che mostra la sequenza. Al secondo giro iniziano anche le allieve, tra cui Sandra e mia madre. Diverse persone hanno sollevato il nastro e sono entrate nel rettangolo. Fuori alcuni ballano completamente disinteressati alla cosa, ma parecchi continuano a guardare. Mi concentro sui movimenti degli altri e inizio ad imitarli, sono qui, tanto vale. Mi sento goffa e lenta e sono quasi tentata di piantar li’ ma vedo che anche altri fanno errori, non seguono lo stesso tempo dell’insegnante, allora insisto e piano piano trovo una sorta di fluidita’ del movimento. Mi sento un po’ a debito di ossigeno, non respiro come dovrei ma continuo, ormai e’ una questione di principio. Non so quante volte abbiamo salutato un sole che qui dentro latita per forza di cose, venti, trenta volte. Inizio a sentirmi stanca. Mi accorgo che l’insegnante si e’ seduta, rapida termino la sequenza in corso e mi siedo anch’io.
Sento nella cassa toracica la musica a palla insieme al battito del mio cuore. Battono asincroni e il cuore piano piano si calma. La sala e’ buia ma sul muro di fronte a me vengono proiettate immagini che non riesco del tutto a trattenere: una farfalla, dei manichini, chiazze di colore, una parata militare, la sequenza del DNA, un bambino che sorride e saluta, l’oceano, un fiore che sboccia e sfiorisce in pochi secondi, un vecchio mediorientale sdentato con un turbante blu, la catena di montaggio di una fabbrica, un canguro, un treno…
Smetto di pensare a quello che vedo, lo sguardo e’ come perso, tutto passa e io lo lascio andare. Sono solo variazioni di luci e colori.
Si affacciano altri pensieri, su Sandra, Luca, mia madre, Federico, su quello che ho fatto oggi al lavoro, una bolletta scaduta da pagare. Ad ogni pensiero si associa una reazione emotiva ma e’ come se fosse sbiadita, quasi incosistente, come se la guardassi da fuori, nello stesso modo in cui guardo scorrere le immagini sul muro.
In questo momento sento di essere felice.
 
postato da: blogexperiment2 alle ore 09:04 | link | commenti (5)
categorie: martina e federico

Numerazione casuale

Omissis
postato da: blogexperiment2 alle ore 09:03 | link | commenti
categorie: martina e federico
martedì, 30 settembre 2008

Il fantasma

Cazzo, Tiziana, rispondi!
L’ennesimo tentativo inutile.
Mi ha svegliato lo squillo del telefono, alle due del pomeriggio. Andrea, non vedendomi arrivare in ufficio, ha verificato che non fossi morto. Ero solo in coma. Naturalmente in ufficio non ci sono andato, ho detto che era influenza, che stavo talmente male che non avevo sentito la sveglia e non avevo avvisato. In realta’ sto un po’ meglio di ieri, almeno fisicamente. La testa invece e’ rimasta da qualche parte, intrappolata in una scatola di latta. Mi sono ritrovato vestito di tutto punto, nel letto, gli stessi vestiti che avevo messo per andare all’Hypnose. Neanche il tempo di pisciare e ho chiamato Tiziana per sapere che cazzo mi e’ successo ieri sera. Il suo cellulare risultava non raggiungibile. Ho riprovato a intervalli di cinque, dieci minuti per tutto il pomeriggio, ma, quando non era spento, squillava senza risposta, come ora.
Ad un certo punto sono persino uscito e andato a casa sua. Mi sono attaccato al campanello . Niente. Nel frattempo continuavo a chiamare il suo cellulare. sempre a vuoto, ma la sua suoneria non risuonava nell’appartamento, o lei era fuori o l’aveva tolta.
Sono rimasto un paio d’ore ad aspettarla seduto sul suo pianerottolo poi il mio cellulare ha iniziato a suonare. Per un attimo ho pensato fosse lei, poi mi sono reso conto che era solo l’avviso di un promemoria: “Ore 20.30 – calcetto”.
Ho pensato che tanto li’ per il momento non avrei concluso nulla, la roba per il calcio era gia’ in macchina, ci sono andato direttamente da li’, senza passare da casa.
Infilo il cellulare nel borsone e seguo gli altri che stanno entrando in campo. C’e’ una nebbiolina schifosa e un’umidita’ che arriva alle ossa. Le luci della torre faro sono accese, e’ gia’ buio. Cerco liberare la mente e inizio a correre per impossessarmi del pallone che un avversario sta portando verso la nostra meta’ campo. Ho freddo ma correre non mi scalda, sento l’aria gelida sulla pelle sudata. La nebbia sta diventando sempre piu’ fitta e gli altri giocatori diventano sempre piu’ indefiniti, sagome in movimento. La palla passa da un piede all’altro, da un giocatore all’altro e io continuo a cambiare direzione per cercare di intercettarla, vedendo sempre meno, sentendo i miei movimenti come rallentati e scoordinati, mi sembra quasi di correre nel latte. Finalmente raggiungo la palla, dietro di lei nessun giocatore, ma una forma indistinta, un coagulo di nebbia. Due orbite vuote in quella che sembra essere una faccia. Un fantasma. Con un lembo di nebbia artiglia la palla, il fantasma la porta via con se’ e io lo inseguo. Urto uno spigolo, mi fermo e tocco con le mani un muro di pietra. Un muro in mezzo al campo? Guardo a terra, l’erba e’ sempre sotto i miei piedi. La nebbia sembra diradarsi un po’ e vedo intorno a me i resti di una chiesa, immensa. Archi, colonne, macerie e in fondo si erge maestosa la facciata, quasi integra. L’enorme rosone e’ senza vetri e ci vedo attraverso  il cielo stellato, sgombro da ogni nuvola. Il fantasma e’ li’, con la palla, proprio sotto il rosone. Il vuoto dei suoi occhi mi fissa strizzandomi lo stomaco. La stretta e’ tale che potrebbero schizzarmi i succhi gastrici fino al cervello. Un pensiero, nitido, mi si para davanti sullo schermo mentale: “Nel mondo non vi e’ nulla che si nasconda”. Poi la luce di una stella, intensa e veloce come un lampo, attraversa il centro del rosone e colpisce il fantasma alla sommita’ del capo. Il fantasma svanisce e al suo posto compare un fumetto con la scritta “Puff!”. Una cannonata mi colpisce nella schiena, atterro sull’erba pestando la faccia. Sento un fischio e una voce che urla: “Grande, Fede, grande! L’hai deviata!” Il nostro portiere mi aiuta a rialzarmi. Siamo nello specchio della nostra porta. “Ti sei fatto male?”
“No, non credo.”
“Hai una faccia...”
“Come di uno che ha appena visto un fantasma?”
“Si’, guarda che hanno ripreso a giocare. Se non vuoi beccarti un’altra pallonata togliti da qui.”
Lui non ha visto ne’ il fantasma ne’ la cattedrale. Mi giro, gli altri giocano, anche loro non hanno visto nulla.
Mi sposto fuori dal campo, e fisso la partita come se fosse un filmato che scorre. Prendo e me ne vado a fare la doccia.
Ci sto sotto parecchio, l’acqua bollente mi toglie il freddo di dosso ma non i pensieri dalla testa che girano come in un frullatore e si mischiano senza che riesca a cavare una spiegazione logica. E’ tutto cosi’ assurdo. Forse sto diventando pazzo.
Esco dalla doccia, mi asciugo e mi rivesto. Nel prendere la giacca mi cade qualcosa dalla tasca. Raccolgo da terra quella che sembra essere una carta di credito: ha una banda magnetica sul retro e davanti la scritta “Hypnose Platinium Card”. La rigiro in mano, non l’ho mai vista prima. Ho di nuovo freddo.
postato da: blogexperiment2 alle ore 09:04 | link | commenti (4)
categorie: martina e federico
venerdì, 26 settembre 2008

La cintura

Mi sono svegliata presto anche questa mattina. La prima volta verso le 3, digrignavo i denti e serravo i pugni nel sonno, mi sono girata sulla schiena e ho cercato di rilassarmi. Mi sono riaddormentata e devo aver sognato, anche se non ricordo esattamente il sogno, non li ricordo quasi mai, pero’ mi e’ rimasta la traccia vivida di una presenza. Non so perche’, ne’ in che contesto, ma ho sognato Luca.
Ci metto poco a fare colazione e a prepararmi, mi e’ venuto in mente che ho bisogno di una cintura e decido di uscire subito. I negozi sono ancora chiusi ma alla fermata della metro ci sono parecchie bancarelle. Di solito la mattina faccio un’altra strada e vado  direttamente a piedi, tagliando per il parco, e’ l’unica occasione per fare del moto e vedere un po’ di verde prima di rinchiudermi tutto il giorno in ufficio. Arrivo in piazza e la attraverso scansando macchine e mezzi pubblici. Alla fermata del tram mi faccio da parte per evitare di farmi travolgere dalla gente che sta scendendo, noto un uomo di spalle che assomiglia a Luca.
Ha una camicia blu scuro un po’ sbiadito con le maniche arrotolate, i jeans e lo zainetto. E’ proprio lo zaino a confermarmi che e’ lui, sulla tasca c’e’ una piccola spilla con il simbolo olimpico, l’avevo gia’ notato ieri.. Cosa ci fa lui qui? Se non l’avessi visto scendere dal tram avrei potuto pensare che mi stesse seguendo, ma, di fatto, ora sono io che sto seguendo lui. Mi conduce a quella che era la mia meta originaria, le bancarelle, e si ferma a dare un’occhiata superficiale a tutte, poi lascia perdere e prosegue deciso verso l’ultima, quella dell’intimo. A poca distanza osservo il suo profilo mentre guarda i reggiseni esposti in modo ordinato, in file colorate. E’ strano vederlo li’, fermo in mezzo a donne che si affollano, toccano, chiedono, prendono, pagano. Lui guarda e basta e mi chiedo se ci vede un corpo dentro quei reggiseni, se ha qualcuna a cui regalarli, scaccio il pensiero con un certo disagio. La ressa mi ha spinta molto vicina a lui, se solo si voltasse ora ci troveremmo quasi faccia a faccia e sicuramente quella piu’ imbarazzata sarei io. Per fortuna non si volta e non mi vede, prosegue verso il metro’, io mi lascio distanziare un po’ e poi continuo a seguirlo. Mentre scendo le scale, recupero in fretta un biglietto dal portafogli, timbro e vedo che si dirige in direzione centro, dalla parte opposta a dove dovrei andare io. Guardo l’ora: non ho molto margine per seguirlo oltre, mi accontento di scendere sul marciapiede di fronte al suo per cercare di vederlo ancora. E’ appena arrivato  il metro’ dalla mia parte, non ci salgo, lascio che le porte si richiudano e che riparta. Mi faccio strada tra la gente che si dirige verso l’uscita e cerco di individuare Luca attraverso le sagome in movimento.
Lo vedo, un po’ piu’ avanti rispetto a dove mi sono fermata io, sta parlando con un uomo che assomiglia un po’ a Lenin, poi arriva il suo metro’ e non li vedo piu’. Rimango a guardare il suo marciapiede che si svuota fino a rimanere deserto.
Lascio passare un altro treno, e’ troppo pieno e non ho piu’ voglia di spintonare, prendo il successivo e per la tutta la durata del viaggio mi rimprovero per questo impulso stupido che mi ha spinto a seguire Luca. Per quanto io mi sforzi di essere razionale ogni tanto faccio cose davvero assurde, di cui poi mi pento regolarmente.
Uscendo, mi fermo a comprare un carnet di biglietti. Ho usato l’ultimo e averli nel portafogli puo’ sempre tornar comodo. Richiudo la borsa e risalgo alla luce chiedendomi chi voglio prendere in giro. Ho gia’ deciso come li usero’. Ho sempre una cintura da comprare.
postato da: blogexperiment2 alle ore 08:06 | link | commenti (3)
categorie: martina e federico
giovedì, 11 settembre 2008

Lo strappo

Oggi ho passato piu’ tempo in bagno che in ufficio. Per lo piu’ riverso sul lavandino o seduto a terra, con la schiena contro le piastrelle .Non ho avuto altre visioni, ma a tratti venivo assalito da una forte nausea, giramenti di testa, tachicardia. Forse ho preso un virus influenzale, di quelli bastardi.
Non sono riuscito a fare piu’ di un decimo delle cose che avrei dovuto sbrigare, e di certo ho fatto degli  errori , domani dovro’ rivedere tutto. Domani, ora il programma e’ quello di prendermi della tachipirina, e un sonnifero che mi faccia dormire, senza sogni, spero.
Squilla il cellulare e mi maledico per non averlo spento fino a quando non vedo sul display il nome di Tiziana.
“Pronto.”
“Tesoro, tirati a lucido che ti passo a prendere.”
“Tiziana, sto male, non me la sento di uscire.”
“Non dirmi che e’ ancora per la sbronza di ieri.”
“Non so se e’ quella o l’influenza.”
“Macche’ influenza, fidati, hai solo bevuto troppo.”
“Sara’, comunque stasera a letto presto, se vuoi puoi venire tu al mio capezzale, magari vestita da infermiera sexy.”
“Ottima idea, tienila in caldo per un’altra volta, stasera dobbiamo assolutamente tornare all’Hypnose. Ho prenotato una saletta riservata.”
“Non si puo’ fare un’altra sera?”
“Tesoro, tu non sai quanto sia difficile avere quella stanza … dai, vedrai che ne varra’ la pena e comunque ti porto io qualcosa che ti fara’ stare subito meglio.”
“Cosa? Una guepière?”
Ride. “Sciocchino, quella magari dopo …”
“Ok, per che ora passi?”
“Fra un’ora.”
“Facciamo due? Vorrei  riposare un po’.”
“No, no, non azzardarti a dormire, poi rischi di svegliarti rincoglionito e di non volerti piu’ muovere dal letto!”
“E sarebbe cosi’ malvagia l’idea di starcene nel mio letto?”
“Generally speaking, no, dear, ma nello specifico il letto puo’ attendere, ho di meglio in serbo per te stasera.”
“Ok, sono troppo debole per opporre resistenza, mi metto nelle tue mani.”
“Bravo, tesoro, sapranno riportarti in vita.”
“Non vedo l’ora…”
 
 
“Entra e siediti li’, sulla poltrona.”
Entro nella stanza, vuota, ad esclusione di una lamina di acciaio spessa e larga, ripiegata in modo da sembrare vagamente un sedile, il mio concetto di poltrona e’ distante anni luce da questa cosa.
“Dai, siediti e metti queste.” Insiste Tiziana porgendomi delle cuffie.
Questa stanza non mi piace, mi ricorda la stanza bianca del mio incubo in ufficio. E’ strano perche’ le pareti non sono neppure bianche ma ricoperte di lamine di metallo a specchio. Lo stesso il soffitto. Sembra di stare all’interno di una scatoletta per carne.
“Perche’ le cuffie?”
“La musica e’ fondamentale nell’esperienza che stai per fare.”
 “Che esperienza?”
“Vedrai.”
“E tu? Pensavo avremmo fatto qualcosa insieme.”
“Lo faremo, ma prima devi entrare nella musica. E lei in te. Siediti.”
Mi siedo e lei si mette dietro di me. Le sue mani sulle mie spalle mi tirano, facendomi appoggiare la schiena sul metallo.
“Chiudi gli occhi.” Mi dice e poi mi prende le cuffie di mano e me le posiziona sulla testa.
La musica parte insieme alle sue mani che mi accarezzano il torace.
E’ una musica insolita ma allo stesso tempo ha qualcosa di familiare. Non riesco a capire se mi piace o no, di sicuro non mi fa impazzire.
Cerco di rilassarmi e farmi portare dai suoni, ma quello che mi fa piu’ effetto sono le sue carezze, per il resto non so, avverto qualcosa di strano ma non riesco a capire cosa sia.
Piano, la lamina di acciaio sotto la mia schiena si reclina. Non sento piu’ le dita di Tiziana su di me, mi ritrovo sdraiato e apro gli occhi.
Sono solo. La stanza sembra molto piu’ alta di prima, almeno il doppio. Dalla parete in fondo, in alto, in quello spazio che prima non c’era, sta uscendo qualcosa. Vedo le dita, poi le piante di due piedi femminili, delle gambe e poi la base di un sedile, le zampe di un grosso animale.  Centimetro dopo centimetro, la materia esce direttamente dal metallo, senza che ci sia una porta o un’apertura, fino a completarsi nella figura di una donna seduta su un trono di marmo che tiene il braccio sinistro sulle spalle di un enorme leone, e il destro intorno al collo di una sfinge dal volto maschile. La donna indossa una veste che la fa sembrare una sacerdotessa o una guerriera, la stoffa si intreccia in vita attorno al  metallo argentato del bustino che le lascia scoperti i seni, una pesante collana le rinchiude il collo e si congiunge al bustino con un medaglione, come la chiusura di una gabbia. I capelli corti, castani, sono in parte nascosti da un elmo, attraversato nel centro da una fascia decorata, riporta lo stesso motivo del bordo. La sua faccia sembra quella di una bambola di porcellana, i tratti dolci, appena accennati. La sfinge alla sua destra e’ di pietra, immobile, girata di profilo, il leone invece e’ vivo e inizia a ruggire minaccioso nella mia direzione. La donna solleva le braccia e si alza dal trono, guarda giu’, dritto nei miei occhi, poi si volta verso il leone, che nel frattempo l’ha seguita, gli prende la criniera con entrambe le mani e lo costringe a sdraiarsi, poi lo bacia in bocca. E’ come un pugno nello stomaco, poi, mentre fisso la scena, inizio a provare piacere. Sento il dominio in quel bacio, sento il bacio come se la lingua della donna fosse nella mia bocca e lo subisco come un premio mentre tutta la mia forza, la mia stessa essenza,  e’ in suo potere. Una vibrazione e poi un suono forte mi trapassa le orecchie e arriva dolorosamente al cervello, come una saracinesca che si chiude di botto, mi ritrovo dentro la scatola per carne. L’intero piano superiore e’ sparito, con la donna, il leone e la sfinge. Mi sento come se mi avessero strappato qualcosa da dentro. E lo rivoglio.
postato da: blogexperiment2 alle ore 13:23 | link | commenti (3)
categorie: martina e federico
martedì, 08 luglio 2008

Il regalo

“La smetti di accamparti nel mio portone?”
“L’altra volta non ero accampato, sono arrivato dopo di te.”
“Dettagli, il senso l’hai capito.”
“Dovevi chiamarmi.”
“Sono stata a parlare con loro fino a poco fa.”
“Non ti hanno accompagnata sotto casa, hai comunque avuto il tempo di chiamarmi.”
“Beh, che fai, mi controlli? Si’, il tempo l’ho avuto ma ho pensato che fosse meglio lasciare a Sandra il compito di chiarire direttamente con te la cosa.”
“Avevamo un accordo.”
“Senti, non e’ stata una passeggiata per me, non ti ci mettere anche tu.”
“Ma hanno ammesso tutto?”
“Beh, c’era poco da negare, non credi?”
“E tua madre come si e’ discolpata?”
“Ti sei sbagliato su mia madre, non e’ stata lei a “corrompere” Sandra, se di corruzione si puo’ parlare, e’ stata tua sorella a corteggiare mia madre.”
“Palle, non ci credo.”
“Sto esaurendo la pazienza. Se non mi credi e’ inutile perdere tempo con te.”
Lo supero e proseguo decisa a rientrare a casa mia e dimenticare la sua esistenza.
“No, aspetta, scusa, questa storia mi sta facendo diventare paranoico.”
“Mollami il braccio. Mi sa che tu paranoico lo sei dalla nascita.”
“Non rifacciamo il bis dell’altra volta, per favore, dimmi cosa vi siete dette.”
Esito. Avrei solo voglia di salire, farmi una doccia e spegnermi davanti alla tv. Ma, quando mai faccio quello che voglio?
“Ok, ma facciamo un giro, ho bisogno di un po’ d’aria.” E non ho bisogno di averti di nuovo a casa mia, ma questo non glielo dico.
“Vuoi che andiamo a bere qualcosa?”
“Grazie ho gia’ dato, qui dietro c’e’ un piccolo parco, facciamo due passi.”
La sera, il parco se lo dividono pacificamente anziani ed extracomuitari, tutti uomini. I vecchi giocano a bocce o si portano tovolino e sedie da casa e giocano a carte. I piu’ bravi sono sempre quelli in piedi intorno ai giocatori, gente che non calerebbe mai un carico sapendo che l’avversario ha una briscola in mano. I marocchini stanno a due o tre sulle panchine, gli ispanici, in gruppi piu’ numerosi, si attrezzano con sedie e sdraio mezze rotte, prelevate dove capita, birre e vecchi mangiacassette con musica latina a palla, gli africani fanno sentire l’eco dei loro tamburi dai prati piu’ all’interno, in fondo al parco. Di cinesi neanche l’ombra, sono tutti a cucire borse o a servire nei ristoranti.
“Mia madre ha fatto una vita d’inferno con mio padre, anni e anni di annientamento psicologico, poi un giorno lui ha trovato una piu’ giovane e grazie a dio se n’e’ andato da casa. Pensavo che a quel punto avrebbe potuto ricostruirsi una vita anche lei, ma invece dalla vita si e’ completamente allontanata, riversandosi su di me. Si e’ occupata di me, in modo soffocante e ossessivo, finche’ non sono riuscita ad andarmene a vivere da sola. A quel punto, e’stata costretta a ricominciare di nuovo ma questa volta l’ha fatto sul serio. Mi ha detto che yoga le ha cambiato la vita, innanzi tutto per aver preso la decisione di iscriversi, lei che non ha mai fatto nulla fuori casa, poi perche’ ha imparato una nuova consapevolezza del suo corpo e, partendo da li’, ha ricostruito se’ stessa. Quando ormai aveva trovato un suo equilibrio, proprio a yoga ha incontrato tua sorella che  ha rischiato di mandare tutto all’aria di nuovo.
Sandra mi ha confessato di essersi accorta di essere lesbica dalle superiori e di non avermi mai detto nulla per paura di perdere la mia amicizia. Pare che un paio di volte io abbia fatto commenti stupidi su gay e lesbiche, quei commenti che si fanno perche’ denigrare gli altri, soprattutto se diversi, fa sentire piu’ forti e piu’ giusti, beh, cmq lei li ha presi molto sul serio e, nonostante l’amicizia, si e’ tenuta tutto per se’. Credo che non abbia mai detto nulla in famiglia per lo stesso motivo. Con mia madre, invece, e’ subito riuscita a confidarsi e anche mia madre si e’ aperta con lei, parlandole del suo matrimonio e dei suoi problemi,  finche’ l’amicizia e la sintonia che sentivano si sono trasformate in attrazione. Per Sandra e’ stata una cosa logica e normale, per mia madre qualcosa di completamente sconvolgente e inaspettato. All’inizio ha rifiutato questa attrazione, poi ha capito di doverla assecondare.
Stanno insieme da circa un mese, vivono la cosa alla giornata, sono felici.”
Luca tace e continua a camminare al mio fianco. Non mi ha interrotta una sola volta durante il mio lungo monologo, lo interpreto in modo positivo, penso stia assorbendo il colpo. Come mi rendo conto di aver fatto io, mentre raccontavo.
“Vieni, sediamoci.” Si toglie lo zaino e si siede. Io rimango in piedi e lo guardo mentre apre lo zaino e ne tira fuori una scatoletta rettangolare.
“Dai, siediti, questa e’ per te.” E mi porge la scatola.
Sorpresa, mi siedo e la prendo.
“Per me?”
“Si, per ringraziarti per la cena di ieri sera.”
“Un regalo?”
“Si’, certo, un regalo.”
“Ah.”
Sono sbalordita. Non riesco a guardare lui e allora continuo a guardare la scatoletta, rigirandola in mano.
“Non c’era bisogno di farmi un regalo per un piatto di pasta.”
“Lo so, ma l’ho visto, l’ho associato a te e l’ho comprato.”
“Ah.”
“Devi aprirlo, non l’ho comprato per la scatola, sai?”
Sento che sono arrossita. Maldestramente apro la scatoletta e ne tiro fuori uno strano oggetto composto da due pezzi, uno e’ bianco, ovale,  di porcellana opaca, un po’ porosa, sembra vellutata al tatto, ha una conca nel centro, ricorda mezzo uovo sodo, senza tuorlo; l’altro e’ una sfera di vetro satinato, completamente liscia, e’ un po’ piu’ piccola della conca che sembra la sua naturale collocazione. Perplessa guardo Luca. “Cos’e’?”
“Sono mortaio e pestello, per macinare le spezie. Ho notato ieri sera che hai dovuto usare una ciotola.”
Sgrano gli occhi che devono essere diventati della stessa grandezza della sfera. Probabilmente non ho un’aria molto intelligente perche’ lui mi prende la mano che tiene la base e me la stringe e con l’altra mette la mia sopra la sfera e la muove, massaggiandomi cosi’ il palmo della mano e provocandomi un imbarazzo tale che da rossa probabilmente sono diventata viola. Sento sul mio palmo la sfera che rotola come la pallina di un mouse e sul dorso il calore della sua mano.
“Vedi, si fa cosi’, mi diceva la commessa che per le spezie e’ perfetto perche’ di solito se ne trita una piccola quantita’ per volta per non disperderne l'aroma. Comunque io l’ho preso soprattutto perche’ mi sembrava bello.”
Lascia le mie mani e io posso finalmente appoggiarmele sulle ginocchia, sempre reggendo il suo regalo.
“Grazie, e’ davvero molto bello in effetti.”
“Si’, e poi a me piacevano le sensazioni tattili che da’.”
“Ecco, si’”
Rimetto in fretta quel coso nella scatola e mi alzo.
“Sei stato davvero molto gentile ma non era necessario.”
“lo so, ma nella vita non si fanno solo cose necessarie, non trovi?”
“Gia’, si’. Senti, allora cosa pensi di dire a Sandra?”
“Niente. Penso di ascoltarla come prima ho ascoltato te, ascoltare e basta. Avrei dovuto ascoltarla anni fa, credo.”
“Gia’, lo stesso avrei dovuto farei io con mia madre.”
“Beh, grazie di tutto.”
“Grazie a te per il regalo.”
“Usciamo di qui, ti riaccompagno a casa.”
“Non e’ necessario.”
Si mette a ridere “Certo che hai un grande senso di cio’ che e’ necessario e di cio’ che non lo e’. Inizio a pensare che per te nulla sia davvero necessario.”
Faccio un sorriso un po’ tirato e mi faccio riaccompagnare a casa senza rispondere. Non ha torto. A furia di badare solo a cio’ che e’ necessario, forse, mi sto perdendo tutto il resto.
postato da: blogexperiment2 alle ore 10:13 | link | commenti (2)
categorie: martina e federico
mercoledì, 02 luglio 2008

Bianco

La stanza e’ completamente bianca, anche il pavimento. Alle pareti laterali sono fissati due anelli da cui partono due catene, tese, che terninano ai polsi di una ragazza, tenendola sospesa a una ventina di centimetri da terra. La ragazza e’ di spalle, e’ nuda e ha un corpo perfetto, che io non conosco. Tiene la testa eretta, la faccia, che non vedo, verso la parete di fronte. Ha una pelle bianchissima, contro il bianco del muro, spiccano solo la sua ombra e i suoi capelli corvini, il corpo, invece,  sembra quasi sfumato, tono su tono.
Senza che io l’abbia deciso o sappia perche’, inizio a frustarla e nel farlo provo un tale piacere che aumento sempre piu’ il ritmo e la forza dei colpi finche’ non ce la faccio piu’ e cado sulle mie ginocchia. Lei non ha emesso alcun lamento. E’ morta o il bianco della stanza assorbe i suoni? La sua pelle e’ piu’ candida di prima, sembra addirittura risplendere. Non ha alcun segno. Perche’? Devo vedere chi e’, devo sapere se e’ morta e se l’ho uccisa io, ma non riesco ad alzarmi, non posso muovermi e allora urlo: “Fammi vedere la tua faccia! Chi sei? Sei viva?”
Ho sentito la mia voce, era solo nella mia testa? Nel silenzio, le catene si staccano dai polsi della ragazza, tintinnando, e le pareti a cui sono fissate cadono simultaneamente verso l’esterno con un gran tonfo, sollevando tanta polvere. La ragazza non cade, rimane sospesa nel vuoto, circondata da quella che sembra una nuvola di talco, poi si porta le mani alla nuca e scosta i capelli quasi volesse dividerli in due codini. Invece i capelli si spostano come se si aprisse un sipario e dietro appare un volto, il mio. La mia faccia mi guarda dal suo cranio come se volesse uccidermi e poi scoppia in una risata cattiva e scompare, insieme alla ragazza. Rimane solo la parete di fronte, come uno schermo, sul quale si proietta ancora l’ombra della ragazza. All’altezza della schiena, sull’ombra, degli squarci, dai quali sgorga ,copioso, sangue. Questa visione dura pochi attimi,  poi, anch’essa scompare.
“Federico. Federico, ti senti bene?”
“Come?”
“Ti ho chiesto se ti senti bene, sei bianco come un cencio e continui a fissare lo schermo del proiettore come se avessi visto un fantasma.”
Riconosco la voce di Andrea, il mio collega, poi riesco anche a metterlo a fuoco e a ricordare che eravamo in sala riunioni per una presentazione. Durante la proiezione delle slide devo aver avuto una specie di sogno ad occhi aperti, o meglio, un incubo.
“Ehi, allora? Stai bene o devo chiamare qualcuno?”
“Sto da schifo ma non chiamare nessuno, vado in bagno a lavarmi la faccia, magari mi passa.”
“Te la cavi?”
“Si’, tranquillo.”
Mi vedo allo specchio e mi spavento: sembro un cadavere. Mi appoggio al lavandino per tenermi in piedi. E’ da quando mi sono svegliato che sto male, molto male. Non e’ la solita sbronza. Cosa cazzo ho bevuto ieri notte?
 
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martedì, 01 luglio 2008

Happy hour

Sandra si scosta un po’ da mia madre, poi pare ripensarci e avanza verso di me, coprendola in parte, quasi a farle scudo.
“Ciao Martina! Visto che sorpresa?! Mi sono dimenticata di dirtelo ieri sera, tua madre ed io ci siamo ritrovate nello stesso corso di yoga!”
“Sandra, evitami patetiche bugie, so tutto. Comunque, il bar e’ dietro l’angolo, andiamo.”
Le pianto li’ e mi avvio a passo spedito.
Il bar sembra pieno, fuori c’e’ una veranda con tavolini occupati da gruppi o coppie di ragazzi, quasi tutti fumano. Dentro l’eta’ media sale, soprattutto uomini, qualcuno al bancone a riempirsi piatttini di insalata di pasta e bruschette, altri scaricano monetine nel videopoker. La saletta interna invece e’ vuota, entro e occupo un posto sul divanetto in fondo alla stanza. Mia madre e Sandra mi raggiungono e si siedono sulle sedie di fronte, tra di noi il tavolo rotondo. Appena si sistemano arriva la ragazza per le ordinazioni.
“Ciao, cosa vi porto?”
“A me un bianco fermo, cosa avete?”
“Non so, vado a chiedere. Comunque c’e’ l’happy hour, se prendete tutte e tre lo stesso cocktail, uno e’ gratis.”
“Oh, bene, a questo punto proporrei un aperitivo della casa alcolico, c’e’ bisogno di qualcosa di forte, no?”
“Martina, io preferirei un analcolico.”
“Dai, mamma, non fare la guastafeste, per una volta, fammi contenta.”
“Ok.”
“Sta bene anche a te Sandra? Hai sempre bevuto alcolici, o ultimamente hai cambiato gusti?”
“Va bene anche a me.”
“Ottimo, allora tre aperitivi della casa alcolici, grazie.”
“Li porto subito.”
“Bene.” dico alle mie compagne e non aggiungo altro. Mi appoggio allo schienale del divano e allungo le gambe con un sospiro. Tolgo gli occhiali da sole e le fisso. Prima una e poi l’altra.
Attacca mia madre: “Perche’ sei venuta in palestra, stasera?”
“Volevo parlarti di questa tua “liaison” con la mia migliore amica, mamma.”
“Come l’hai saputo?”
Mi volto verso Sandra, che nel frattempo ha pensato bene di starsene zitta a fissare il bordo del tavolino.
“Luca, tuo fratello, Sandra.” Lei tira su’ la testa di scatto e mi sbarra gli occhi addosso.
“Luca?!”
“Si’, vi ha viste sotto casa tua, mamma.” Mi volto a guardare lei ora, per vedere l’effetto del resto: “Pomiciavate.” Come prima, nella posizione della gru, riesce a rimanere immobile e non distoglie lo sguardo. Sto quasi per abbassarlo io, ma Sandra attira l’attenzione su di se’, esclamando:
“Ma come e’ possibile? Cosa ci faceva li’ Luca?”
“A me ha detto che e’ stato per caso, pare abbia amici in zona, ma non ci giurerei, sembra avere una propensione per il pedinamento, ieri sera ha seguito te e me, al giapponese. Comunque questi sono dettagli che non mi interessano. Io, piu’ che altro, ritornerei al punto in cui tu e mia madre stavate pomiciando. Che buffo il verbo pomiciare usato in questo contesto, non trovate?”
“Mi spiace che tu l’abbia saputo cosi’, immagino sara’ stato un colpo.”
“Ma no, mamma, che vuoi che sia! In fondo a chi non capita di scoprirsi la madre lesbica, prima o poi. E non parliamo dell’amica… anzi, non parliamo proprio all’amica di questo nuovo sconvolgente risvolto, perche’ l’amica lo conosce fin troppo bene!”
“Martina, sei gratuitamente sgradevole. Possiamo discuterne in maniera civile?”
“Mamma, ti assicuro che mi meraviglio io per prima sia del volume della mia voce che del livello di civilta’ che sto riuscendo a mantenere, viste le circostanze.”
“Circostanze che riguardano piu’ noi che te, a te non cambia la vita.”
“Cosa ne sai se mi cambia la vita o no? Essere informata da un estraneo piuttosto che da voi pensi che non mi cambi la vita, che non cambi radicalmente i nostri rapporti?”
“Non ci sembrava il momento giusto per dirtelo, visto che hai appena rotto con Federico.”
“Oh, no! Non attaccarti a questa scusa, mamma, da quanto tempo va avanti questa storia? Mesi?”
“Un mese, si’.”
“E allora non tirare in ballo Federico, non c’entra nulla.”
“Parlare con te non e’ mai stata una cosa facile, Martina. Sei sempre pronta a emettere giudizi inappellabili sulle persone, avevamo paura di una tua reazione di rifiuto e rottura. Io ho cercato di avvicinarmi a te, in qualche modo, quando sono venuta a stare a casa tua, ma tu hai vissuto la mia presenza come un’invasione. Se non riusciamo a coabitare serenamente in una casa per poco tempo, come posso pensare che tu capisca cosa provo e chi sono?”
Colpita e affondata. Ho l’impulso di alzarmi e andarmene, ma sento che devo smetterla di scappare.
“Ok.” Dico a mezza voce, lo sguardo basso.
Mia madre allunga la mano verso la mia, ma arriva la cameriera e lei ritira la mano. La ragazza preleva dal vassoio i nostri tre cocktail, patatine e un tagliere con bruschette e tartine per posarli sul tavolo, insieme allo scontrino. Lo prendo subito io e la fermo prima che se ne vada. Le do’ una banconota da 20 euro, lei mi ringrazia e dice che torna subito col resto. Rimaniamo cristallizzate li’ ad aspettare il suo ritorno.
 
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lunedì, 30 giugno 2008

In palestra

Il lettore mp3 mi ha fatto da colonna sonora tutto il giorno. Ho riscoperto canzoni che non ascoltavo da mesi, chissa’ perche’. Mi sembrava di essere distaccata da tutto, eppure, allo stesso tempo vedevo le cose piu’ in profondita’. Sembrava la ripresa di un film senza dialoghi ne’ voce narrante, solo la musica a dare nuovo significato alle immagini. Ho fatto molti primi piani, per strada, guardando negli occhi le persone che incontravo. Quasi tutti spostavano lo sguardo. Erano nudi. E, io li capivo, li possedevo. Per il tempo di uno sguardo erano miei.
Poi proseguivo, lasciandomeli scivolare alle spalle, come acqua, nella doccia.
Il lettore l’ho tenuto anche in ufficio, una cuffia sola, per il telefono. Dentro sentivo solo la musica, altro non provavo ne’ pensavo. Era un po’ essere in vacanza. Da me stessa.
La batteria del lettore si e’ esaurita poco fa, a pochi metri dalla palestra dove mia madre fa yoga. Manca un quarto d’ora alla fine della sua lezione, poi dovra’ cambiarsi. Sono quasi tentata di andare a comprare delle pile nuove. In questa zona pero’ non saprei dove cercarle e forse e’ meglio che approfitti di questo tempo per pensare a cosa dirle.
Esce una ragazza. Ha la maglietta della palestra, penso lavori qui.
“Ciao.” mi dice e si accende una sigaretta.
“Ciao.” Mi sposto un po’, prima di iniziare a tossire.
“Aspetti qualcuno?”
“Si’, mia madre.”
“Ah, senti se vuoi puoi anche aspettarla dentro, cosi’ dai anche un’occhiata alla palestra.”
“No, grazie, tanto fra poco ha finito.”
“Fa attrezzi?”
Ma e’ della CIA, questa? O ha bisogno d’affetto?
“No, fa yoga.”
“Ah, allora se vuoi puoi vederla.”
“Non mi sembra il caso, disturberei.”
“No! Sono in una sala che ha delle vetrate speciali, da fuori puoi vedere ma all’interno non vedono cosa c’e’ fuori. E’ stato fatto proprio per permettere agli esterni di farsi un’idea su come sono le lezioni dei vari corsi senza che chi partecipa venga distratto dal via vai. Sai, pazienza per chi fa step o aerobica, ma quelli di yoga e tai chi si devono concentrare.”
“Si’, immagino.”
Spegne la sigaretta. “Dai, vieni che ti faccio vedere la palestra.”
E’ un mastino, tanto vale accontentarla, anche perche’ non ho mai assistito ad una lezione di yoga e sono curiosa di vedere se fanno altro oltre che restare immobili con le gambe incrociate.
“Ecco, li’ ci sono gli attrezzi, se poi ti interessa farci un giro, ti presto un paio di infradito che vendiamo a chi dimentica le ciabatte per la doccia e che diamo in omaggio col borsone e la maglietta se fai l’abbonamento annuale.”
“Grazie, ma non mi piace fare pesi, ne’ cyclette o cose simili, preferirei dare un’occhiata solo alla lezione di yoga.”
“Si, guarda, la sala e’ li’ avanti, te la cavi da sola? La mia collega mi sta facendo un cenno, devo andare. Mi raccomando, a fine lezione non entrare con quelle scarpe, se vuoi, poi, puoi aspettare tua madre vicino al bancone, ci sono delle poltroncine.”
“Ti ringrazio, non preoccuparti, non entrero’ nella sala, ciao.”
“Ciao, a dopo, ah io sono Sara”
“Ciao Sara e grazie.
Ringraziando mentalmente anche la collega, che mi ha tolto Sara dai piedi e dalle scarpe inadatte alla palestra, mi avvio nella direzione indicata.
Vedo subito mia madre, e’ proprio vicina al vetro. Oh cazzo, c’e’ anche Sandra. Mi viene da scostarmi ma ricordo che non possono vedermi. Sembrano due gru, e anche gli altri, una colonia di gru, tutte su una zampa sola. Ognuno tiene le mani all’altezza del petto, unite, palmo contro palmo, le dita distese, poi l’insegnante le alza sopra la testa, imitata dagli altri. Molti perdono l’equilibrio. Sandra mette giu’ il piede che doveva stare sollevato contro l’altro ginocchio. Mamma neanche vacilla.
Dopo un po’, sciolgono tutti la posizione e l’insegnante li fa mettere a coppie, neanche a dirlo, mia madre e Sandra hanno gia’ formato la loro. Sandra si mette di fronte alla schiena di mia madre e inizia a picchiettarle le dita sulla sommita’ della testa. Scende sulla nuca, sul collo, sulle spalle. Li’ inizia un massaggio, come se impastasse, poi colpisce spalle, braccia, schiena col taglio della mano. Sulla schiena da’ piccoli rapidi pugni. Poi si inginocchia e passa ai glutei, alle gambe, dove torna a colpire di taglio e poi a massaggiare dalle cosce alle caviglie. Massaggia anche la parte superiore del piede, poi si rialza e partendo dalla cima della testa, avvolge tutto il suo corpo in una lunga, energica carezza fino ai piedi. La ripete, altre due volte. Poi si allontana da lei di un passo e scuote le braccia, come a liberarsi da qualcosa, quindi si mette di fronte a mia madre, che rimane ad occhi chiusi per un po’, poi li riapre e le sorride. Non l’ho mai vista sorridere cosi’. Sempre sorridendo china la testa e le spalle, le mani giunte a preghiera, e la ringrazia. Sandra fa lo stesso, poi mia madre si mette dietro la sua schiena e si appresta a ricambiare il massaggio.
Devo uscire. Subito. Mi volto e rapidamente oltrepasso il bancone della réception, Sara non e’ in vista, speriamo non sia di nuovo fuori a fumare. La sua collega neanche mi calcola e raggiungo l’uscita senza che nessuno mi trattenga.
Fuori, mentre metto l’auricolare del lettore mp3, mi accorgo di avere una guancia bagnata. Asciugo le tracce di una lacrima e chiudo gli occhi, fingendo di ascoltare la musica. Ricordo di avere gli occhiali da sole in borsa e anche l’ingresso della palestra e’ nella penombra, li indosso.
Non so quanto rimango li’ ad aspettare. Aspetto nel vuoto. Aspetto e basta, finche’ iniziano ad uscire delle persone, soprattutto donne. Escono anche mia madre e Sandra. Stanno parlando in modo vivace, ridono, poi mia madre mi vede e si blocca di colpo. Sembra di cera.
- Ciao ma’, ciao Sandra. Vi va un aperitivo?”
 
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giovedì, 29 maggio 2008

la notte prima

Guardo Tiziana, senza capire se sono sveglio o se sto ancora sognando.
Un rumore mi fa alzare lo sguardo. Le porte dell’ascensore si aprono. Martina sta per uscire, poi si ferma e mi guarda. Ha una scatola in mano.
Intanto Tiziana esprime la sua approvazione allo spettacolo baciandomi.
Ricambio il bacio fissando Martina, finche’ le porte dell’ascensore non si richiudono.
Tiziana si e’ voltata verso l’ascensore e mi chiede: “E quella chi era?”
“Una che sta traslocando. Ha sbagliato piano.”
Scoppia a ridere. “Si sara’ scandalizzata, vedendoti nudo sulla porta di casa!”
Sto per risponderle: “No, ci e’ abituata.” ma poi sorrido e me ne sto zitto.
Mi porge un oggetto. Lo riconosco, e’ il mio portafogli.
“L’ho trovato in macchina, sono passata a restituirtelo perche’ immagino possa servirti.”
“Grazie. Ma non siamo usciti con la mia macchina ieri sera?”
“Si’, siamo usciti con la tua, ma rientrati con la mia.”
“Com’e’ possibile? Ho mal di testa e sono confuso, ricordo solo che siamo andati prima all’Hypnose, poi al Demonia, ma nulla su come e’ finita la serata.”
“E tra l’Hypnose e il Demonia non ricordi nulla?”
“Si’, certo, ricordo che ci siamo appartati in un campo. Quello lo ricordo bene.”
Mi accarezza la guancia con un’unghia e sorride. “Bravo.”
“Poi cos’e’ successo?”
“Beh, poi al Demonia ti ho lasciato solo per una ventina di minuti, dovevo contattare un po’ di gente per organizzare un evento, insomma cose di lavoro. Mentre stavo parlando con J.B., Davy e’ venuto li’ a dirmi di averti visto completamente ubriaco, riverso su un tavolino. Quando mi ha portata da te, sul tavolo, c’erano almeno 5 bicchieri. Ci hai dato dentro parecchio.”
“Non ricordo assolutamente di aver bevuto al Demonia, ricordo solo il cocktail dolciastro dell’Hypnose, poi non ho toccato altro.”
“Con quello che hai bevuto e’ gia’ un miracolo se ti ricordi ancora come ti chiami!”
“E come sono tornato a casa?”
“Beh, Davy e un paio di ragazzi ti hanno caricato sulla mia macchina, che avevo prestato a Davy. La tua l’ha riportata qui lui, io non so guidare col cambio automatico. Poi Davy ed io ti abbiamo infilato sull’ascensore e messo a nanna. Le chiavi di casa te le ho lasciate sul comodino.”
“Mi hai spogliato tu?”
“No, Davy, ha detto che era il minimo che gli potessi concedere, visto che ti aveva dovuto fare da badante, rinunciando persino a rimorchiare al Demonia. Secondo me gli piaci.”
“Lui a me no, spero si sia limitato a spogliarmi.”
“Di questo puoi stare sicuro, caro, ho badato io al tuo corpo indifeso.”
“Perche’ non sei rimasta a dormire qui?”
“Non volevo invadere la tua privacy, poi magari piombava qui la tua donna e toccava a me aprirle e darle spiegazioni.”
“Non c’e’ nessuna donna.”
“Bene, buono a sapersi se dovesse ricapitarti una sbronza colossale.”
“Non ricapitera’.”
“Ottimo, tesoro, ora pero’ e’ tardi e devo andare. Chiamami.”
“Si’.”
Si gira e preme il pulsante di chiamata dell’ascensore.
“Toh, guarda, la tipa del trasloco ha dimenticato qui una scatola.”
“Aspetta, la prendo io, prima che qualcuno la rubi.”
Raccolgo la scatola e vedo che c’e’ su il mio nome, svelto la giro tenendomi la parte scritta contro il petto. Lei guarda la scatola, fa un mezzo ghigno e mi ribacia sulla porta dell’ascensore, la scatola tra di noi, accidenti, dovevo posarla per terra!
“Sicura di dover andare?”
“Si’, tesoro, devo proprio. Tu comunque chiamami, ok?”
“Lo faro’ presto.”
“Ok, a presto allora.”
“Ah, Tiziana…”
“Si’?”
“Grazie per ieri notte. Di tutto.”
“Figurati, tesoro, so che saprai sdebitarti. Ciao ciao.”
“Ciao.”
Le porte si richiudono e io rimango li’ a fissarle per un po’. Poi guardo la scatola, cazzo, il mio nome e’ scritto su entrambi i lati! Martina, ma perche’ devi sempre essere cosi’ dannatamente puntigliosa?
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