Mostruose nuvole in 3D concentravano i loro carichi di pioggia come un’enorme mano che si stringeva sopra di me. Il treno, destriero lercio e malconcio, mi ha strappato a quelle soffocanti dita nere. Dardi di grandine ci hanno raggiunti lungo la strada, e poi pioggia, pioggia come decenni di fondi di magazzino da smaltire con i saldi. La stazione era palude, lago, fiume, non mancavano neppure le cascate. Non passava un gondoliere neanche a pagarlo come turisti giapponesi. Mai che il Comune si organizzi per tempo e faccia un elenco gondolieri come fa con gli spalatori per la neve. Eppure i turisti giapponesi qui non mancano.
L’ombrello da borsetta non ha salvato ne’ me ne’ il contenuto della borsetta, forse a lasciarcelo dentro salvava almeno quello e mi sono ritrovata poi ad asciugarmi anche le mutande con il phon.
Come se niente fosse dopo un po’ e’ comparso il sole e si e’ beccato subito un vaffanculo. Quello pensa sempre di poter fare i comodi suoi.
Noi invece no, mai, e a volte se ne sente il peso e manca il fiato pensando possa tutto sfuggire tra le dita. Le dita nostre, non quelle di nuvole, che mi stanno afferrando e strangolando lo stomaco, mentre sono le tue che vorrei sentire, su di me.