I parenti non li sopportava proprio, e si vedeva. Non ci sapeva fare, li trattava con freddezza. Nessuna compassione, nessuna solidarieta’. Fissando un punto alle loro spalle, comunicava il prezzo e se quelli protestavano o chiedevano uno sconto, alzava le spalle e diceva che dovevano parlare con il titolare. Era chiaro che non sapeva trattare con i vivi, lei era brava solo con i morti. Ricomponeva cadaveri, modellandoli come se fossero statue e rendeva il loro aspetto piu’ che accettabile, anche nei casi piu’ disperati. Nel trucco era davvero insuperabile, per questo non si sarebbero mai sognati di sbarazzarsi di lei, nonostante la sua inesistente propensione per i rapporti umani. Grazie alla sua abilita’, i defunti apparivano come trasfigurati, i loro volti esprimevano un’estasi che, a ben guardare, era un po’ ambigua, tra lo spirituale e il carnale, ma che riusciva a dare ai parenti l’illusione di un trapasso sereno, suggerendo, persino, l’inizio di una vita ultraterrena. Il suo talento era stato notato ed apprezzato, questo aveva fatto guadagnare clienti importanti e famosi all’agenzia funebre.
Spesso cenava da sola nel laboratorio, una pizza o take away cinese, le prime volte i fattorini facevano battute, gesti scaramantici e la guardavano come se fosse matta, a mangiar li’, sola, a tarda ora, poi, pian piano si erano stufati, si limitavano a fare la loro consegna e a ritirare i soldi in fretta, raggelati, piu’ che dal posto, dal suo silenzio.
Il silenzio le piaceva molto, era il suo elemento naturale, favoriva la sua ispirazione mentre fissava, masticando il meno rumorosamente possibile, i cadaveri. Si considerava un’artista, piu’ che una buona artigiana e nei corpi immobili vedeva materia grezza da plasmare, nei volti bluastri, storie da riscrivere. Questo era lo spirito con cui si dedicava al suo lavoro, anche se sapeva perfettamente che nessuno, a parte lei, sarebbe stato in grado di comprenderlo. Vedeva quelle storie, chiare e precise come sequenze di film, tra le pieghe di facce deformate, le creava per poi cancellarle subito dopo o smussarle in qualcosa di simile ma meno evidente. Sapeva che quelle visioni erano le vere vite dei defunti, non quelle che si erano costretti a vivere ma quelle che avrebbero voluto, con tutti i sogni impossibili e assurdi mai realizzati, mai confessati, neanche a se stessi. Lasciava a meta’ la pizza, o il pollo con le mandorle a raffreddarsi nella vaschetta d’alluminio, e dava una seconda occasione a quelle vite mai vissute, rappresentandole per mezzo dei corpi stesi sui lettini. Afferrava i sogni che riaffioravano dai pori come bolle d’aria che riemergono da acque paludose e li stendeva, strato dopo strato, in disegni mai tracciati, restituendoli ai rispettivi proprietari, affinche’ ci si potessero finalmente riconciliare. Ecco perche’ alla fine i volti si abbandonavano all’estasi e perche’ lei doveva smorzarla un po’ a colpi di fondotinta opacizzante: di sicuro, i parenti, i vivi, ne sarebbero rimasti turbati.