Ti ho scritto, sai? Non quello che stai leggendo ora. Ho scritto pagine e pagine, tutta la nostra storia, dal principio. Ho scritto dei momenti belli, di cosa hanno significato per me, ma di piu’ mi sono soffermata su quelli brutti, cercando di spiegarli, elencandoi miei pensieri, le mie motivazioni, e azzardando ipotesi per le tue, cercando di scavare fino alle zone piu’ spaventose del non detto. Pagine e pagine.
Le ho rilette, lette e rilette, aggiungendo pezzi, cambiando parole, per arrivare a quella precisione inequivocabile a cui ho sempre aspirato. Mi svegliavo, in piena notte, con il pensiero che qualcosa ancora si potesse migliorare, anche solo spostando una virgola, che poteva forse influire sul senso o sull’effetto che andava a crere su di te, su di noi.
Per giorni, settimane, non mi sono separata da quelle pagine, ovunque andassi, ne’ dal pensiero di ogni singola parola scritta.
Le parole, ero ossessionata dalle parole, una notte, in sogno, mi hanno circondata, mi volavano intorno come uno sciame d’api, volevano pungermi, mi hanno avvolta come in una nube nera, soffocandomi. Mi sono alzata dal letto, sveglia ma ancora in preda agli effetti del sogno, e sono andata in cucina. Ricordo che avevo molta sete, volevo bere, ma ho visto le forbici. Non so perche’ l’ho fatto, forse per il sogno, non ero del tutto in me. Ho preso i fogli, tutti i fogli che ti avevo scritto, e ho iniziato dal fondo del primo a ritagliare, prima frase per frase, poi parola per parola. Nomi, aggettivi, verbi, persino i piccoli articoli e le congiunzioni, ognuna nel suo rettangolo giusto giusto a contenerla. Dei punti, delle virgole e dei rari punto e virgola ho fatto un mucchietto che poi ho raccolto con la mano e ho buttato nella spazzatura. Le parole, invece, le ho tutte mischiate e poi disposte in tante lunghe righe sul tavolo: ho dovuto allungarlo, come quando ci sono ospiti, ma ci sono state tutte.
Ora era tutto cambiato. Quello che avevo provato, pensato, scritto non esiteva piu’. O meglio, ne riconoscevo qualche traccia qua e la’ in qualche vocabolo particolarmente evocativo o negli accostamenti di due o tre parole che si erano ritrovate di nuovo come vecchi compagni di banco che si incontrano dopo anni per strada. Il resto, ovunque intorno a queste poche pozzanghere, era terra arata di fresco, su cui nuovi semi stavano attecchendo.
Piu’ le guardavo e piu’ da ogni parola nascevano significati inesplorati e gia’ le vedevo avviticchiarsi le une alle altre, nel modo intricato delle erbe spontanee, in storie mai raccontate.
Questo ho visto e ho pensato che in fondo questo eravamo anche io e te.
Non c’e’ altro da scrivere.
Eppure, ancora tutto va scritto, quel tutto di noi che ancora non c’e’, diverso, ma fatto sempre delle stesse parole.