Chiudo gli occhi e vedo due braccia nere, da play-mobile, parellele, senza corpo in mezzo. Le mani, come due piccole pinze, si guardano aperte, aspettando di afferrare qualcosa o di strangolarsi l’un l’altra.
Riapro gli occhi, un uomo basso e grassoccio scende le scale, una cravatta gialla gli rimbalza sulla pancia. Il suo viso non e’ bello, ma ha un’aria felice e soddisfatta. Forse per la cravatta gialla. Anche la cravatta e’ brutta, ha dei piccoli disegni geometrici che non distinguo, riescono solo a sporcare lo sfondo della stoffa.
Ho mal di denti.
Cerco di concentrarmi sulla teoria dei quanti, che conosco appena. Questo non mi ha impedito di connetterla alla definizione neurologica di ambiguita’. Ovviamente non ci riesco, a concentrarmi, le connessioni invece vanno alla grande.
Mi sembra che un dente sia piu’ lungo del solito e non e’ neanche un canino. Peccato, mi sentirei meno ansiosa rischiando il vampirismo al posto di un ascesso. Da quando ho visto “Il maratoneta” i dentisti mi hanno sempre fatto orrore, i vampiri neanche tanto, forse perche’ ne “Il maratoneta” di vampiri non ce n’erano.
Penso a me stessa come a un quanto con un’enorme massa. Anch’io spesso sono anche altrove, o almeno vorrei esserci. Esploro il ventaglio di tutte le possibili alternative e ci convivo, male, ma ci convivo. Non fosse per l’enorme massa, gestirei meglio le mie ambiguita’. Che peso! Me lo porto dietro da troppo tempo, come un piumino d’oca in agosto.
Non tira un alito di vento, eppure, come trascinata da un uragano al rallentatore, fluttua una bambola gonfiabile dai capelli di mare. La porta via con se’ il suo ombrello a spicchi bianchi e blu. La bambola indossa una gonna uguale all’ombrello e altrettanto gonfia. Le tette, gonfie pure loro, sono scoperte: se ci fosse, si potrebbe dire che ha le tette al vento. Ma l’aria manca, forse l’hanno usata tutta per gofiare la bambola.
Mi rigiro sotto il piumino, dovrei toglierlo con questo caldo ma non si sa mai. Cerco una posizione che mi faccia riallineare tutti i nervi e rilassare quello che si e’ tutto intorcigliato tra l’occhio e il dente. Lo prenderei a cucchiaiate, dicono che dopo le prime 20 o 30, durante le quali si irrigidisce, poi si abitua e si distende come una bagnante al sole. Ricordo improvvisamente che il cucchiaio non esiste. E allora neanche la massa, almeno quanto basta per esser quanto e basta e piombarti addosso senza neanche le esatte coordinate. Addosso, addosso, adesso, o mai piu’, o anche dopo o prima, tanto e’ uguale.
Ho la faccia brutta e soddisfatta come l’uomo con la cravatta, forse perche’ ho bruciato tutto il giallo in un lampo fotonico e non sono piu’ solo sola qua.