Se riesco a tenere a bada il panico e a sbiadire i fantasmi ricorrenti, posso fare quello scarto mentale che mi salva dalla paralisi.
Primo, il corpo. Torno alla carne e al freddo. Smetto di considerarle due cose separate, in conflitto. Il freddo e’ uno stato della carne, la carne e’ uno stato del freddo. Questo e’ lo stato, per cambiarlo passo al moto. Mi tuffo nella palude per smettere di affondare. Sotto il primo strato melmoso, l’acqua e’ limpida. Nuoto e non ho piu’ freddo. Non trattengo il fiato, respiro normalmente squame argentate di piccoli pesci che si spostano in branco stando immobili. Mentre li supero nella corrente che li trascina via, li guardo negli occhi e penso alle alici fresche, da pulire, mozzando loro il capo con il pollice e poi giu’ ad aprire la pancia, per ripulirla dalle interiora, e farne filetti da spruzzare con l’aceto. Loro mi fissano come sapessero che prima o poi sara’ quella anche la loro fine, ma non sembrano curarsene, e’ piu’ muto il loro sguardo che la loro bocca appena accennata e socchiusa sul nulla. Continuo a nuotare finche’ non arrivo alla fermata dell’autobus. Si ferma e salgo. C’e’ la ressa delle ore di punta. Siamo tutti pigiati. Come delle sardine. Scelgo un corpo sul quale spalmarmi. Come pasta d’acciughe. E burro. Un uomo di spalle, non troppo alto. Che il mio seno contro la sua schiena non sia troppo lontano dal cuore. Ad ogni sussulto dell’autobus mi premo un po’ di piu’. Gli tocco il sedere. Sposta il portafogli nella tasca interna della giacca. Teme uno scippo. Capisce che non lo e’ quando con una mano scosto la camicia e gli accarezzo la schiena. Sento un fremito. Insinuo anche l’altra mano. Ho le mani bollenti. L’autobus fa una brusca frenata e io, senza altro appiglio, mi aggrappo alle sue maniglie dell’amore. Per fortuna lui si regge alla barra di acciaio e non cadiamo. Prova a girarsi verso di me ma siamo divisi dalla folla e non riusciamo neanche a vederci in faccia. Tutti sciamano verso l’uscita, scendo anch’io. L’autobus ha investito un relitto seminascosto dalla sabbia. La gente si arrabbia, sbuffa, urla, chissa’ quanto ci mette ad arrivare il prossimo autobus, non aspetto, preferisco farmela a piedi e riprendo a nuotare.
Mi si para davanti un grosso occhio. Poi un altro. E un altro. Sono circondata. Ondeggiano intorno a me il blu e il verde metallici delle piume di un pavone. Affascinata seguo la loro danza nell’acqua, perdendo il senso del tempo. Mi accarezzano e mi risollevano in superficie. I pavoni non sanno volare ma riportano alla terra di cui sono le creature. Riemergo e le piume mi coprono. Nello scempio del cielo insanguinato scorgo la testa e la criniera di un leone. C’e’ una strana luce che pulsa come neon e nel frattempo qualcosa cade e si ferma intatta tra le piume sul mio corpo. Nevica di nuovo.