Cazzo, Tiziana, rispondi!
L’ennesimo tentativo inutile.
Mi ha svegliato lo squillo del telefono, alle due del pomeriggio. Andrea, non vedendomi arrivare in ufficio, ha verificato che non fossi morto. Ero solo in coma. Naturalmente in ufficio non ci sono andato, ho detto che era influenza, che stavo talmente male che non avevo sentito la sveglia e non avevo avvisato. In realta’ sto un po’ meglio di ieri, almeno fisicamente. La testa invece e’ rimasta da qualche parte, intrappolata in una scatola di latta. Mi sono ritrovato vestito di tutto punto, nel letto, gli stessi vestiti che avevo messo per andare all’Hypnose. Neanche il tempo di pisciare e ho chiamato Tiziana per sapere che cazzo mi e’ successo ieri sera. Il suo cellulare risultava non raggiungibile. Ho riprovato a intervalli di cinque, dieci minuti per tutto il pomeriggio, ma, quando non era spento, squillava senza risposta, come ora.
Ad un certo punto sono persino uscito e andato a casa sua. Mi sono attaccato al campanello . Niente. Nel frattempo continuavo a chiamare il suo cellulare. sempre a vuoto, ma la sua suoneria non risuonava nell’appartamento, o lei era fuori o l’aveva tolta.
Sono rimasto un paio d’ore ad aspettarla seduto sul suo pianerottolo poi il mio cellulare ha iniziato a suonare. Per un attimo ho pensato fosse lei, poi mi sono reso conto che era solo l’avviso di un promemoria: “Ore 20.30 – calcetto”.
Ho pensato che tanto li’ per il momento non avrei concluso nulla, la roba per il calcio era gia’ in macchina, ci sono andato direttamente da li’, senza passare da casa.
Infilo il cellulare nel borsone e seguo gli altri che stanno entrando in campo. C’e’ una nebbiolina schifosa e un’umidita’ che arriva alle ossa. Le luci della torre faro sono accese, e’ gia’ buio. Cerco liberare la mente e inizio a correre per impossessarmi del pallone che un avversario sta portando verso la nostra meta’ campo. Ho freddo ma correre non mi scalda, sento l’aria gelida sulla pelle sudata. La nebbia sta diventando sempre piu’ fitta e gli altri giocatori diventano sempre piu’ indefiniti, sagome in movimento. La palla passa da un piede all’altro, da un giocatore all’altro e io continuo a cambiare direzione per cercare di intercettarla, vedendo sempre meno, sentendo i miei movimenti come rallentati e scoordinati, mi sembra quasi di correre nel latte. Finalmente raggiungo la palla, dietro di lei nessun giocatore, ma una forma indistinta, un coagulo di nebbia. Due orbite vuote in quella che sembra essere una faccia. Un fantasma. Con un lembo di nebbia artiglia la palla, il fantasma la porta via con se’ e io lo inseguo. Urto uno spigolo, mi fermo e tocco con le mani un muro di pietra. Un muro in mezzo al campo? Guardo a terra, l’erba e’ sempre sotto i miei piedi. La nebbia sembra diradarsi un po’ e vedo intorno a me i resti di una chiesa, immensa. Archi, colonne, macerie e in fondo si erge maestosa la facciata, quasi integra. L’enorme rosone e’ senza vetri e ci vedo attraverso il cielo stellato, sgombro da ogni nuvola. Il fantasma e’ li’, con la palla, proprio sotto il rosone. Il vuoto dei suoi occhi mi fissa strizzandomi lo stomaco. La stretta e’ tale che potrebbero schizzarmi i succhi gastrici fino al cervello. Un pensiero, nitido, mi si para davanti sullo schermo mentale: “Nel mondo non vi e’ nulla che si nasconda”. Poi la luce di una stella, intensa e veloce come un lampo, attraversa il centro del rosone e colpisce il fantasma alla sommita’ del capo. Il fantasma svanisce e al suo posto compare un fumetto con la scritta “Puff!”. Una cannonata mi colpisce nella schiena, atterro sull’erba pestando la faccia. Sento un fischio e una voce che urla: “Grande, Fede, grande! L’hai deviata!” Il nostro portiere mi aiuta a rialzarmi. Siamo nello specchio della nostra porta. “Ti sei fatto male?”
“No, non credo.”
“Hai una faccia...”
“Come di uno che ha appena visto un fantasma?”
“Si’, guarda che hanno ripreso a giocare. Se non vuoi beccarti un’altra pallonata togliti da qui.”
Lui non ha visto ne’ il fantasma ne’ la cattedrale. Mi giro, gli altri giocano, anche loro non hanno visto nulla.
Mi sposto fuori dal campo, e fisso la partita come se fosse un filmato che scorre. Prendo e me ne vado a fare la doccia.
Ci sto sotto parecchio, l’acqua bollente mi toglie il freddo di dosso ma non i pensieri dalla testa che girano come in un frullatore e si mischiano senza che riesca a cavare una spiegazione logica. E’ tutto cosi’ assurdo. Forse sto diventando pazzo.
Esco dalla doccia, mi asciugo e mi rivesto. Nel prendere la giacca mi cade qualcosa dalla tasca. Raccolgo da terra quella che sembra essere una carta di credito: ha una banda magnetica sul retro e davanti la scritta “Hypnose Platinium Card”. La rigiro in mano, non l’ho mai vista prima. Ho di nuovo freddo.