Sandra mi riaccompagna a casa in macchina. Mette il cd dell’ultimo Festivalbar a coprire il silenzio che c’e’ da quando abbiamo pagato il conto.
Ogni tanto, con entusiasmo poco plausibile, ricorda cose che ha visto in qualche vetrina e me ne parla nei dettagli, dimenticandosi che abbiamo gusti diversi e, che a me, vestiti e accessori interessano poco.
Fingo partecipazione, forse mi sento in colpa per non aver reagito festante alla sua lieta novella e per il fatto che neanche a lei riesco a spiegare le vere ragioni del mio malessere e di un rapporto finito, forse e’ proprio una vocazione, la mia, quella di gratificare gli altri con la considerazione che invece vorrei io da loro, sta di fatto che arrivo a chiederle e a segnarmi l’indirizzo di un negozio dove ci sono “un paio di scarpe carinissime ad un prezzo stracciato” che non comprero’ mai. Almeno serve ad alleggerire la tensione nell’abitacolo e a non farci sentire come due estranee.
Sotto casa mia non c’e’ posto, cosi’ mi lascia qualche metro piu’ in la’.
Bacio bacio, dobbiamo rivederci presto, non lasciamo passare di nuovo cosi’ tanto tempo, sentiamoci, scriviamoci, si’, si’, certo, si’.
Riparte e io torno indietro verso il portone di casa mia. E’ tardi, sono stanca. Infilo le chiavi, apro ed entro. Dietro di me, un braccio si allunga e una mano preme contro il portone per tenerlo aperto proprio mentre la mia lo sta lasciando. Mi giro e arretro spaventata, e’ entrato un uomo e il portone si chiude con un tonfo. Indossa jeans scuri col risvolto, sneakers, un giubbotto e una felpa nera. Il cappuccio della felpa gli copre la testa e mette in ombra il suo volto, riesco a veder bene solo la barba brizzolata. Non abita qui, non l’ho mai visto. Andra’ da qualcuno o e’ un balordo? L’androne del mio palazzo non mi e’ mai sembrato cosi’ angusto ed isolato. Se urlassi ora mi sentirebbe qualcuno? E poi, farei in tempo ad urlare? Lui e’ a un passo da me. Arretro ancora e lo fisso. Stringo le chiavi di casa in mano, come fossero un’arma. Di certo non gli volto la schiena.
“Martina?”
Sbarro gli occhi e annuisco. Io non conosco lui ma lui conosce me.
“Ciao, sono Luca, non so se ti ricordi di me, sono il fratello di Sandra e ti devo parlare.”
Visto che non ho reazioni e mi limito a fissarlo a bocca aperta, tira indietro il cappuccio affinche’ possa guardarlo bene in viso. Lo stupore in realta’ aumenta, riconoscendo tracce del ragazzo serio, sempre imbronciato, che veniva a prendere sua sorella quando faceva i compiti da me, alle superiori. Ora pero’ e’ un uomo.
“Senti, so che e’ tardi e che non ti aspettavi la mia visita, ma non e’ il caso di parlare qui, potremmo salire da te? Mi trattengo poco.”
Esito.
“Ti prego, e’ importante.”
Il tono e lo sguardo mi convincono, poi penso freneticamente a cosa ho lasciato in giro prima di uscire. Sono stata poco a casa, grossi danni non posso averne fatti.
“Ok, saliamo”
Attraverso il cortile, mi segue, tre scalini e poi l’ascensore. E’ gia’ al pianoterra, Luca apre la porta e mi fa entrare per prima. Dentro la cabina, mentre saliamo, io lo guardo ma lui evita il mio sguardo interrogativo, mi rassegno ad aspettare e lo esamino. Anche i capelli sono brizzolati e gli danno un aspetto piu’ maturo della sua eta’. L’acne che aveva da adolescente gli ha rovinato la pelle, forse e’ per questo che si e’ fatto crescere la barba. Anche Sandra ha lo stesso problema, pero’ col tempo, e parecchie cure, la sua pelle e’ migliorata, e poi il trucco aiuta molto a coprire. L’ascensore arriva al piano. Apro la porta di casa e lo stendibiancheria da’ bella mostra di se’ nel bel mezzo della sala. Mi affretto a toglierlo di torno.
“Scusa.” Gli dico “E’ il locale piu’ caldo e qui la roba stesa si asciuga prima.” Chissa’ poi perche’ mi sento in dovere di giustificarmi con uno che si e’ autoinvitato e che conosco praticamente solo per interposta sorella.
“Non ti preoccupare.”
“Siediti pure dove vuoi”
Snobba il divano e sceglie una sedia. Si appoggia al tavolo con il gomito e mi guarda mentre richiudo la porta della camera, dopo averci spinto dentro lo stendibiancheria. Mi siedo anch’io, dall’altra parte del tavolo, di fronte a lui.
“Immagino che Sandra ti abbia detto.”
Oddio, cosa dovrebbe avermi detto Sandra? Del suo amante attempato? Non mi dire che il fratello la controlla peggio di un padre calabrese!
“Beh tu a cosa ti riferisci?”
“Alla sua storia.”
“Ne so qualcosa.”
“E cosa ne pensi?”
“Io? Niente, se sta bene a lei, deve star bene a tutti. E’ grande e libera di prendere le sue decisioni.”
“Ho capito, non ti ha detto niente.”
“Mi ha detto di essersi messa insieme a uno piu’ grande di lei, non e’ la fine del mondo.”
“Certo, non e’ neanche la fine del mondo il fatto che non sia uno.”
“Scusa? Vuoi dire che sta insieme a piu’ di un uomo contemporaneamente?!”
“No, voglio dire che non e’ un uomo.”
Lo guardo aspettandomi che mi dica che si e’ messa con un alieno, poi capisco.
“Non e’ possibile!”
“Invece e’ cosi’.”
“Me lo avrebbe detto!”
“Ne sei sicura?”
No, non ne ero sicura. Sandra lesbica?
“Ci deve essere un errore, me ne sarei accorta, cioe’ con me si e’ sempre comportata normalmente, io … io non ci credo!”
“Non volevo crederci nemmeno io, quando le ho viste.”
“L’hai vista con una donna?”
“Si’.”
“Forse hai equivocato.”
“Si baciavano, in bocca. E si toccavano. Non erano gesti equivocabili. Poi sono salite, a casa di lei.”
“Ma quando e’ successo? Come hai fatto a vederle? E lei chi e’?”
“Le ho viste la settimana scorsa, per caso. Ero andato a cena da amici, una coppia sposata, non abbiamo fatto tardi, hanno un bambino piccolo, dormono poco, li ho lasciati verso le 10. Ho infilato il casco, sono salito sulla moto e mentre stavo per partire ho visto la macchina di Sandra che parcheggiava sul marciapiede opposto, sotto un lampione. Lei non mi ha visto. Parlava con una donna, rideva, l’altra non rideva, aveva una faccia arrabbiata, poi l’ha presa per il mento, con violenza e l’ha baciata. Sono sceso dalla moto. Volevo intervenire, prendere a sberle quella donna, ma ho visto che Sandra le accarezzava la testa e poi le sue mani sono scese ad toccarle il seno, le hanno aperto la giacca e si sono infilate sotto la maglia mentre l’altra l’abbracciava e faceva cadere indietro la testa per farsi baciare sul collo. Da Sandra.
Sono rimasto immobile a guardarle, impietrito, poi sono uscite dalla macchina e li’ mi sono come risvegliato e mi sono allontanato dalla moto, nascondendomi nell’ombra del portone dei miei amici. Probabilmente avrei potuto anche farne a meno, erano cosi’ prese l’una dall’altra, non smettevano di toccarsi, sono entrate in un palazzo, proprio li’ di fronte, sono salite a casa di quella donna, a scopare.”
Ho visto la scena come in un film, mentre parlava, o come in un incubo. Sbatto le palpebre, come a rimettere a fuoco lui, mentre le immagini evocate svaniscono.
Sono senza parole.
Mi fissa negli occhi, riprende a parlare, lentamente, la voce bassa, profonda.
“Non sapevo cosa fare. Ero come intontito. Sono arrivato davanti al portone in cui erano entrate e sono rimasto a fissare i nomi sul citofono. Devo averli guardati per diversi minuti senza neanche vederli. Poi, un cognome mi ha colpito, aveva qualcosa di famigliare. Era il tuo.”
“Cosa?!”
“In quel momento ho rivisto mentalmente la faccia della donna in macchina e ho capito che era tua madre.”
“Tu sei pazzo!”
“Via Borgonuovo, 31.”
“E’ uno scherzo, vero? Sei d’accordo con Sandra, mi state prendendo in giro.”
“Vorrei che lo fosse.”
“Io non ti credo!”
“Chiedilo a tua madre, se e’ vero.”
Si alza e appoggia entrambe le mani sul tavolo, chinandosi verso di me.
“E chiedile anche cosa si prova a corrompere una ragazza che potrebbe essere sua figlia, una ragazza che prima di conoscere lei aveva una vita normale e che poteva pensare di farsi una famiglia normale. Chiedile se si vergogna.”
Mi ha buttato queste parole in faccia senza urlarle, mi passo la mano sul volto come ad asciugarmi uno sputo poi mi alzo.
“Esci da casa mia.”
Mi guarda ma non si muove.
“Esci!”
Io invece ho urlato ed e’ come se avessi rotto il vetro di un’altra porta.
Gli apro e lui esce.
Non e’ vero.
Non e’ vero che non gli credo. Sento che non ha mentito.
Mamma.