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lunedì, 25 febbraio 2008

Flash

Il locale si chiama Hypnose, piu’ di un’ora di macchina per arrivarci.

Visto da fuori e’ grande come un hangar. Ha un’enorme scritta fucsia, un neon a strati che si illuminano in successione, con un intento tra l’ipnotico e il fendinebbia.

Il parcheggio e’ strapieno, Tiziana mi dice di proseguire, un parcheggiatore/buttafuori ferma la macchina, guarda dentro e saluta Tiziana, si sposta per lasciarci passare ma lei gli dice “Ce la parcheggi tu, Tommy? Voglio fargli fare il giro turistico completo.”

L’armadio nero annuisce e mi tende la mano per le chiavi della macchina.

Scendo e gliele affido, sperando di ritrovarla intatta all’uscita. Tiziana rimane su. Ma certo, che stupido, aspetta che le apra la portiera.

All’ingresso altri 3 buttafuori, sempre neri, vestiti di nero, occhiali scuri e dimensioni colossali. Due stanno ai lati della porta, il terzo decide chi entra e chi no.

Non e’ un po’ presto per tutta questa gente fuori dal locale? In genere le discoteche si affollano piu’ tardi.”

Ma questa non e’ una discoteca, o almeno non solo. Questo e’ un posto speciale. Vieni, ti faro’ passare tra i dannati per portarti fino al paradiso.” Ride maliziosa. Sara’ solo una battuta ma a me ha gia’ fatto l’effetto di una piccola scossa elettrica alla spina dorsale.

Sembrano davvero dannati in cerca di salvezza da come si accalcano per entrare. Strano non usino le fruste per tenerli indietro. Appena vede Tiziana, l’equivalente demoniaco di San Pietro fende la folla a spintonate e ci fa passare. Dentro c’e’ un atrio col guardaroba e una specie di reception davanti alla quale fanno la fila le persone piu’ disparate, molti sembrano agghindati da martedi’ grasso: costumi, maschere, lustrini, parecchia pelle nuda. Sulla sinistra, la discoteca, nel buio saettano lampi fucsia e la musica pompa in maniera esagerata.

Chi sono questi?” urlo indicando gli strambi in fila.

Ah loro sono quelli che sperano di entrare nelle altre sale, di distinguersi dalla massa, e per questo sono pronti a vendersi come giullari.”

Non capisco.”

Vedi, questa sala e’ la discoteca aperta ai piu’, non a tutti perche’, come hai visto, fuori c’e’ una prima selezione. La discoteca pero’ e’ solo il primo girone, il bello e’ nelle altre sale e c’e’ chi farebbe di tutto per entrarci.”

Cosa c’e’ nelle altre sale?”

Qualunque cosa si possa desiderare, purche’ tu sia disposto a pagare, tesoro. Ma ora vieni con me, andiamo dove si puo’ parlare.

Attraversiamo la discoteca. Lei si fa strada ballando e ancheggiando, spesso si gira verso di me senza smettere di muoversi, sa che la seguo, e’ qualcosa che fa per coinvolgermi, sedurmi, da come la guardo, penso sappia che non ce ne sarebbe neppure bisogno, ma si gode la cosa, come me la sto godendo io.

Alla fine della pista, mi conduce in una sala separata, altre guardie della security a far da filtro. Ci lasciano passare.

Entriamo in una grande stanza piena di divanetti, sedie, poltrone, organizzati intorno a bassi tavolini. Tutto e’ in stile “finta giungla”, similpelle di zebra, tigre, pitone e resto dello zoo al seguito, ricoprono ogni seduta, il resto finge d’essere di bambu’. Tende e zanzariere drappeggiate mi costringono a procedere piegando la testa. Non mi stupirei di veder balzar fuori, da dietro l’alto schienale di una specie di trono a forma di foglia di palma, Indiana Jones con il machete. Dall’angolo piu’ popolato della sala, invece, balzano in piedi gli amici di Tiziana. Un buon quarto d’ora se ne va nella distribuzione di baci e saluti. Quello successivo viene impiegato per presentarmi al clan, cosa di cui farei a meno anche perche’ alla fine del giro non riesco ad associare nessuno dei nomi, diminutivi e nomignoli ai volti che ci si affollano attorno.

E’ decisamente ora di bere qualcosa di forte.

Come funziona qui per ordinare?”

Mi ignorano in blocco, per fortuna stanno arrivando due splendide mulatte con indosso succinti bikini maculati, liane intorno al collo ed enormi vassoi in mano, pieni di cocktail multicolor. Grato, arraffo un alto bicchiere di vetro verde satinato, semisepolto da frutta e vegetazione varia. E’ tra i piu’ spartani, il che e’ tutto dire, speriamo lo sia anche il contenuto. Forte e’ forte, anche se e’ un po’ dolciastro, poteva dirmi peggio, temevo fosse Batida …

Guardo la fauna con cui devo dividere la serata: sono tutti molto trendy e rumorosi, parlano in continuazione, gesticolano e si agitano, sembrano delle scimmie. Tiziana e’ la regina del circo, li ascolta divertita e ha una parola per tutti ma il suo sguardo si posa spesso su di me che la guardo dalla mia poltrona in procinto di ruggire da un momento all’altro, sia io che la poltrona. Escludo il chiacchiericcio, mi concentro sulla musica di fondo e ne sento dentro il ritmo mentre chiamo Tiziana col pensiero perche’ mi guardi ancora, ancora, ancora. E lei mi guarda., mi fissa, mi entra dentro. E’ quasi fare l’amore. Poi, di colpo il nostro sguardo si interrompe, lei si volta con una faccia rabbuiata verso il suo amico palesemente gay.

Davy, cazzo, mi chiami almeno 30 volte al giorno per qualsiasi stronzata, non potevi avvisarmi che stasera qui non era aria?”

Ma tesoro, l’ho saputo anch’io pochi minuti fa! Volevo la saletta della lap ma mi hanno detto che all’ultimo momento gente a cui non si puo’ dire di no ha requisito tutte le sale hot”

Vado a parlare con Vantini.”

No, amore, e’ stato proprio Vantini a dirmi che stasera non ce n’e’ per nessuno. Con i ragazzi pensavamo di tirar la mezza qui e poi di migrare al Demonia per nuovi sviluppi.”

Bene, noi schiodiamo.” Tiziana si alza e mi fa cenno di alzarmi a mia volta. Eseguo all’istante, come caricato a molla.

Ma, tesoro, non puoi non venire al Demonia, ci sara’ anche J.B.!”

J.B.? Sei sicuro?”

Sicuro come sono sicuro che me lo farei in questo istante su questo tavolino!”

Tiziana ride. “Ok, allora ci vediamo piu’ tardi li’, ma ricordati che se poi J.B. non si vede, ti scortico millimetro per millimetro con il tuo nécessaire per le unghie!”

Perfida!”

La perfida stavolta mi prende per mano e mi trascina via. Faccio in tempo a sentire Davy che dice, a voce neanche troppo bassa: “Caruccio il morettone, un po’ rustico forse, ma c’ha un gran bel culo!”

Usciamo dal retro, evitandoci una nuova immersione nella calca, saliamo in macchina e lasciamo il parcheggio senza parlare. Mi sembra contrariata, evidentemente aveva altri piani per la serata. Proseguiamo per un paio di km in silenzio.

Ad un tratto, nel bel mezzo della statale mi dice: “Alla prossima gira a destra.”

Qui?”

Si’, qui.”

E’ una strada che porta in aperta campagna. Superiamo due fattorie. Un cane abbaia.

Rallenta, fra un po’ c’e’ uno spiazzo, fermati.”

Mi fermo, lei gira la chiave e spegne il motore. Fuori e’ tutto buio, dentro pure. Mi bacia e mi mette subito la lingua in bocca, poi passa direttamente ad aprirmi i pantaloni.

La spingo indietro, sul suo sedile, glielo abbasso e sono sopra di lei. La giacca di pelliccia e’ gia’ aperta, le infilo le mani nel corsetto, poi glielo abbasso e le bacio il seno. La mini e’ risalita sopra le cosce, frenetici ci contorciamo per liberarci dei suoi slip, il tempo di infilarmi un preservativo e sono dentro di lei, senza troppi preliminari. Spingo con urgenza e lei geme e ripete “Si’, si’, si’, si’.” Questo amplifica la mia eccitazione e poco dopo e’ tutto finito. Che figura di merda. Cerco i suoi occhi e dico: “Scusa, ma mi hai fatto un effetto fulminante.”

Ha un piccolo moto di stizza ma lo maschera subito dietro a un sorriso.

Addirittura!” ride “Beh, non preoccuparti, farai meglio la prossima volta.”

Le sorrido anch’io, confortato dalla prospettiva di una prossima volta.

Ora pero’ alzati che mi sistemo.”

Mi stacco da lei e ritorno sul mio sedile. Tolgo il preservativo e me ne sbarazzo gettandolo fuori dalla portiera. Mi riallaccio i pantaloni e la guardo. Si e’ gia’ ricomposta e tira su il sedile.

Ti accompagno a casa?”

Ma no! Scherzi? Non hai sentito che ho detto a Davide che li avremmo raggiunti al Demonia?”

Si’ ma pensavo fosse una balla tanto per sbarazzarti di loro.”

Tesoro, io faccio la P.R., per me e’ lavoro oltre che piacere. Dai, in marcia, l’alba e’ ancora lontana e se arrivo presto al Demonia magari trovo qualche contatto utile”

Tira giu’ lo specchietto e si mette un rossetto fucsia sulle labbra. Ritira su e mi guarda.

Su, dai, che aspetti? Sono pronta, andiamo.”

postato da: blogexperiment2 alle ore 08:21 | link | commenti (6)
categorie: martina e federico
venerdì, 22 febbraio 2008

Sushi bar

E’ andata via molto presto, prima che mi alzassi. Ho trovato sul tavolo della cucina il libro e un biglietto. Ho annusato il libro, non puzzava, chissa’ come ha fatto. Sul biglietto aveva scritto: “Chiamami quando hai voglia di parlare. Mamma”. Certo, come se parlare servisse a qualcosa. Infatti ho chiamato  l’ufficio e ho detto che andavo un po’ piu’ tardi, sono uscita, sono andata all’iper e mi sono fiondata al reparto telefonia per comprare una segreteria telefonica. Ho festeggiato l’acquisto con un cappuccio, soffocato dal cacao, grazie, e una brioche alla crema pasticcera e mandorle tostate.
Rientrata, ho installato subito la segreteria e ho registrato il messaggio: “Se non avete sbagliato numero, voi avete proprio voglia di  parlare con me. Io, pero’, non so se ho voglia di parlare con voi, quindi, se ci tenete, lasciate un messaggio, forse prima o poi vi richiamero’. Nel frattempo, vi prego,  non chiamate la polizia o i pompieri, sto benissimo.”
L’ho riascoltato un po’ di volte, un talento teatrale sprecato, poi l’ho cancellato e ho inciso: “Sono fuori, per favore lasciate un messaggio”. Sintetico, neutrale, maturo, dignitoso.
Quando ci sono entrata, la camera dove dormiva mia madre non conservava  piu’ tracce della sua presenza, tranne la coperta ripiegata sul divano-letto gia’ risistemato. Le lenzuola le aveva messe in lavatrice. Con la pallina del detersivo. E il programma impostato. L’ho fatta partire e sono andata in ufficio.
 
Rientro in casa senza quel senso di angoscia che avevo ieri. Almeno finche’ non vedo la lucetta della segreteria che lampeggia. Quasi quasi non ascolto i messaggi. Magari e’ qualcuno che ha sbagliato numero. Ok, inutile prendersi in giro, tanto, finche’ non li ascolto, continuo a pensarci. Premo il tasto: “Sono presenti numero: 1 messaggio. Premere asterisco per ascoltare.”
Premo anche l’asterisco e trattengo il fiato.
“Ehi, hai comprato la segreteria telefonica? Fantastico! Ciao, sono Sandra, stasera c’e’ l’inaugurazione di un nuovo ristorante giapponese allo Stardust Center, ti alletta l’idea di andarci? Oh, sempre che tu non abbia di meglio da fare! No no, ti prego, anche se hai di meglio da fare, lo sai che sei la sola persona che conosco a cui non faccia schifo il pesce crudo! Chiamami e accendilo quel cavolo di cellulare! Ciao.”
Sandra. Sono mesi che non la sento e adesso rispunta fuori giusta giusta  per tirarmi un po’ su di morale. Guardo l’ora, le 18:10, speriamo non sia troppo tardi, improvvisamente mi e’ venuta voglia di uscire. La richiamo e ci mettiamo d’accordo per incontrarci direttamente allo Stardust.
Vado in bagno a fare una doccia e un’altra lucetta, questa volta la spia della lavatrice, mi ricorda che c’e’ da stendere. Sbuffo, ma mi rassegno a fare il mio dovere, intanto penso a cosa potrei mettermi. Temo che non ci siano molte alternative, e’ una vita che non stiro e di certo non mi ci metto adesso. Una qualsiasi maglia pulita e un paio di jeans dovrei rimediarli, in fondo e’ il ristorante di un centro commerciale, ci sara’ dentro di tutto.
 
Infatti, di fronte al ristorante incastrato tra un negozio di scarpe e una gelateria,  mi guardo intorno, abbigliamento casual ovunque, certo, quel finto casual che in realta’ e’ molto griffato, non come il mio che ho recuperato dal fondo dell’armadio solo una vecchia felpa clamorosamente fuori moda, ma chi se ne frega. Sandra invece e’ come al solito molto carina, non troppo elegante ma curata. La sua politica e’: poche cose ma di qualita’, la mia e’ piu’ in sintonia con la discarica comunale, soprattutto di recente.
Dopo i saluti mi informa che il ristorante e’pieno ma che ci sono un paio di posti al sushi bar, per me va benissimo. Meglio ancora quando la cameriera ci fa sedere in una posizione strategica: siamo attaccate alla cucina, quindi i piatti appena messi sul nastro trasportatore passano prima da noi e poi fanno tutto il giro. Ci lanciamo con entusiasmo su quelle che sembrano due insalate di alghe, non sono male, solo un po’ acidule. Nel frattempo mi chiede come sto, le dico di Federico.
Di tempo per raccontare ne avrei  parecchio, infatti il nastro trasportatore e’ abbastanza desolato e continuano a girare pochi piattini, attraverso le campane trasparenti che li coprono si vedono altre alghe, spicchi d’arancia e fagioli di soia, solo questo. Sandra ne assaggia uno. “Sono crudi, che schifo! Mi spiace che sia finita, ma non ho ben capito perche’ lo hai lasciato” mi dice.
Fisso il cuoco dietro il bancone, sta preparando del sushi, finalmente si mangera’ qualcosa di piu’ sostanzioso delle alghe. Non so bene cosa risponderle.
“Non funzionava.” Le dico, come se spiegasse tutto.
“Ma perche’?”
Dalla risposta mi salva lo squillo del suo cellulare.
“Scusami” mi dice e poi risponde:
“Ciao. Si’, sto cenando con la mia amica, Martina.”
“…”
“Si’, stavamo parlando.”
“…”
“Ok, passo da te piu’ tardi.”
“…”
“No, non dormo li’, ma non ho problemi d’orario.”
“…”
“Ti amo, a presto.”
Chiude la chiamata e mi guarda. Devo avere un’espressione  buffa perche’ scoppia a ridere.
Esclamo: “Ma dai! Hai l’uomo!”
Arrossisce un po’ e poi conferma: “E’ una cosa fresca.”
“Quando me lo fai conoscere? Potremmo uscire una sera insieme.”
“Non penso ne saresti contenta.”
“Oddio, e perche’?”
“Non ha proprio la nostra eta’”
“Piu’ giovane o piu’ vecchio?”
“Ha qualche anno piu’ di noi.”
“Qualche? Quanti?”
“Tanti.”
“Si’, ma tanti quanti?”
“Una ventina… venticinque.”
“Accidenti! Tanti davvero! Ma e’ una cosa seria? E’ sposato?”
“Ha un divorzio alle spalle, e’ una persona che ha sofferto. Non so se e’ una cosa seria, lo sembrerebbe ma cerchiamo di viverla giorno per giorno.”
“Sono sbalordita. Non voglio farti prediche, ma cerca solo di non starci troppo male.”
“Ma perche’ devi pensare subito allo stare male, a come potra’ andare, se finira’ o no? Ora stiamo bene, e’ questa la cosa importante.”
Resto zitta un po’ e torno a guardare il cuoco. Sistema il sushi su un piatto di legno. Arriva la cameriera e lo porta via, era per un tavolo, non per noi, desolata arraffo al volo la prima  insalata di alghe che passa, giusto per riempire lo stomaco. Questa filosofia del vivere alla giornata non mi ha mai convinta. E non mi convince neanche una storia con uno cosi’ vecchio, chissa’ cosa ci trova, l’ombra di suo padre? Gia’, forse farei bene a trovarmi anch’io un sostituto di mio padre, mia madre probabilmente non la troverebbe una cattiva idea.
“In bocca al lupo. Davvero.” Le dico sincera, anche se rifletto sull’ironia del fatto che proprio ora che sono sola, l’intero universo ha deciso di accoppiarsi con qualcuno.
Sto per chiederle se ce ne andiamo, visto che non si mangia un granche’ e non c’e’ neppure modo di attirare l’attenzione delle indaffaratissime cameriere per farsi portare qualcosa da bere, ma il cuoco mi precede e depone oltre il nastro trasportatore, proprio davanti a noi, un piatto di sushi assortiti. Mentre lo stiamo ringraziando si materializza anche la cameriera: “Scusare, primo giorno.” e sorride ma si vede che e’ tesa. Ha un grosso piatto di sashimi in mano, memorizza la nostra ordinazione di una birra giapponese e di un te’ verde e porta il piatto dal cuoco, lo riprovera rabbiosamente sottovoce. Lui ci traffica su, aggiunge qualcosa, modifica la disposizione e lo riconsegna alla cameriera. Con un po’ di apprensione assaggio un sushi di salmone, non e’ male. La salsa di soia ho dovuto recuperarla su una mensola di fianco a noi, e’ in vasetti di plastica monoporzione, da asporto, non e’ il massimo per immergerci il sushi, verrebbe da rovesciare direttamente la salsa sul pesce, tanto il cuoco non inorridirebbe di certo, ha gia’ i suoi problemi col secondo piatto che gli torna indietro.
Questo posto, l’affanno delle persone che ci lavorano senza riuscire ad accontentare i clienti, mi mette tristezza. Si apre la porta della cucina e un cuoco porta al bancone una grossa pentola piena di riso fumante. L’altro cuoco ci versa dentro aceto di riso, mescola, poi si da’ da fare con il pesce, lo sfiletta, lo taglia. Su una piccola stuoia di bambu stende un’alga, poi ci mette il riso, il pesce, della verdura. Arrotola e poi taglia in tronchetti.
Sandra non segue la preparazione, sta guardando me. Sembra aspettarsi qualcosa di fondamentale. Mi fissa con l’intensita’ di chi vorrebbe leggerti dentro.
Affermo: “E’ stato un errore tenere aperto il sushi bar gia’ da oggi, il primo giorno dovevano concentrarsi sul ristorante, qui non ci stanno dietro.”
“Secondo me hanno fatto bene a provarci comunque.”
“Ma non hai visto che i ragazzi li’ in fondo se ne sono andati mezz’ora fa? Non c’era niente da mangiare qui al bancone. E poi dai tavoli hanno mandato indietro roba. Secondo me non si aspettavano tutta questa gente.”
“Non puoi sempre prevedere come andranno le cose, Martina, non puoi aspettarti che vadano sempre bene, altrimenti neanche ti ci metti. A volte e’ necessario rischiare, e investire in quello in cui credi, fare fatica.”
“Per finire poi per scontentare gli altri e te stessa, che non sei stata all’altezza?”
“Finire. Tu vedi solo la fine delle cose. Ti sfugge il durante.”
“No, non mi sfugge. Ma alla fine i conti devi farli comunque. A proposito, andiamo alla cassa a pagare?”.
 
postato da: blogexperiment2 alle ore 14:47 | link | commenti
categorie: martina e federico

Hypnose

Sono sotto casa di Tiziana alle 9 meno dieci. Di Tiziana ricordo che e’ sempre clamorosamente in ritardo e io sono un idiota ad essere qui in anticipo, ma l’ansia era troppa, non ce la facevo a stare in casa, figurarsi a continuare il lavoro.
Resto in macchina e ascolto la radio, passo da una stazione all’altra senza trovare niente che mi piaccia. Alla fine recupero un cd dal vano portaoggetti, Bersani, ma che palle! E’ di Martina. Per un attimo medito di buttarlo nel primo cestino, ma non ho voglia di uscire per cercarne uno e lo rificco sotto la massa di cartine stradali, dépliant turistici, pubblicita’ di supermercati, carte di caramelle, monete sparse, custodie di cd senza cd, e un orrendo pupazzetto di peluche preso con i punti della benzina. Sara’ il caso di prendere un bel sacco ed eliminare le sue tracce dalla mia macchina. Chissa’ che a cercar bene non rispuntino pure fuori i miei di cd. Intanto si sono fatte le 9, chiudo il portaoggetti, mi do’ un’occhiata nello specchietto e esco dalla macchina.
Suono al citofono e lei mi apre senza neanche chiedere chi e’.
Salgo, busso e mi si apre la porta. Lei da dentro mi vede, mi sorride e mi fa cenno di entrare. E’ in slip e corsetto di pizzo neri, sta parlando al telefonino e intanto gira per la stanza raccattando oggetti che getta alla rinfusa in una pochette dorata. E’ uno spettacolo e a me parte la tachicardia.
"Massi’, tesoro, lo so quanto ci tenevi ad andare a quella prima e Jacky e’ stata proprio stronza ad inventarsi quella scusa per non invitarti. Certo che e’ una scusa, non ho mai sentito niente di piu’ assurdo, chi potrebbe crederci?!”
Mentre parla e riempie la borsa riesce anche a sorridermi di nuovo e a indicarmi il divano e le bottiglie dei liquori sul tavolino. Mi siedo ma non prendo niente, sono gia’ abbastanza eccitato cosi’ senza bisogno di rincarare la dose con l’alcol.
Sparisce in camera ancheggiando sui tacchi dorati, sempre col telefonino all’orecchio, la seguo fino alla porta con lo sguardo focalizzato sul suo posteriore; ne riemerge poco dopo con una mini nera talmente mini che, d’impatto, non realizzo la differenza rispetto a prima. Sopra indossa sempre il corsetto, deduco che ha intenzione di uscire cosi’.
Finalmente saluta l’interlocutore con uno spreco di baci e rinchiude il cellulare nella pochette. Senza riprendere fiato mi da’ tre baci sulle guance, uno sulla bocca e prendendomi per mano mi tira verso la porta dicendo “Tesoro, contavo sulla tua puntualita’, vieni, dobbiamo sbrigarci perche’ la strada e’ lunga!”.
Praticamente mi sbatte fuori, arraffa dall’attaccapanni una giacchetta di pelliccia, chiude a chiave e poi scende spedita le scale mentre mi racconta un sacco di cose sul posto in cui andremo e sulla gente che incontreremo. Io sono stordito, ipnotizzato dal suo corpo e dalla sua voce, del senso di quello che sta dicendo non ho molta consapevolezza, ma mi sento bene, molto bene. E la seguo, in questo momento la seguirei ovunque.
postato da: blogexperiment2 alle ore 13:04 | link | commenti
categorie: martina e federico
giovedì, 21 febbraio 2008

Bancolat

Dopo la telefonata di Federico ho passato una giornata di merda. Per fortuna c’e’ stato parecchio lavoro cosi’ mi sono tenuta occupata, questo pero’ non mi ha impedito di ripensare alla conversazione per tutto il tempo, sottofondo in loop nel mio cranio e, a sorpresa, bruschi aumenti di volume sulle frasi peggiori.
Ora rientro a casa mia come fossi una ladra in casa d’altri. Giro la chiave nella toppa e richiudo la porta senza quasi produrre suoni, tolgo subito le scarpe ed entro in cucina in calzini. Prima di rincasare, sono passata dal distributore automatico del latte, dove c’e’ quello dei produttori di zona, di giornata. E’ molto meglio di quello della centrale e costa anche meno, ma soprattutto mi ha dato la scusa per perdere un po’ di tempo fuori. Ne scaldo una tazza nel microonde, fermandolo prima che suoni il timer, e metto la bottiglia in frigo, poi, sempre senza far rumore, mi porto la tazza in camera. Nessuna madre in vista.
Mi sdraio sul letto e penso al bancolat, al fatto che ci puoi mettere dentro anche solo dieci centesimi e te ne esce proprio per 10 centesimi. Se hai sete e vuoi bertene un bicchiere, vai li’ con un bicchiere di plastica, metti dentro i tuoi 10, 20 centesimi, bevi e poi butti via il bicchiere, non devi prenderne un litro senza sapere che fartene, per poi portarti dietro la bottiglia chissa’ per quanto, col latte che magari si caglia, o per buttarla nel primo cestino. Forse bisognerebbe fare cosi’ anche con i rapporti umani, prendere solo quello che serve, senza portarsi appresso roba in piu’ che da’ fastidio e si deteriora. Federico si’ che e’ uno da pochi centesimi, al bancolat, io ci vado sempre con la bottiglia da un litro e mezzo.
Inizio a sorseggiare il latte quando sento la voce di mia madre e quasi mi va di traverso. E’ nell’altra camera e sta parlando al telefono:
-No, stasera preferisco non uscire, voglio provare a parlare con Martina.-
-E’ successo qualcosa col suo ragazzo, Federico, ma non dice niente.-
-Si’, l’ha presa male.-
….
-Anch’io ho voglia di vederti, ma, capisci, sento di dover restare con lei.-
 
-Si’, la casa e’ a posto, a Martina pero’ non lo dico, se rimango qui non potra’ evitarmi per sempre, prima o poi avremo quel confronto che da anni aspetto.-
-Si’, saro’ molto calma, non intendo litigare.-
-Ti amo anch’io.-
-A presto. Bacio.-
 
Mia madre ha un uomo. Mia madre ha un uomo e casa sua e’ a posto. Lei non mi dice che ha un uomo, non ha intenzione di dirmi che se ne puo’ tranquillamente tornare a casa sua e pretende che io le racconti i fatti miei. Aspetta da anni un confronto? Ora la confronto io!
Sbatto la tazza sul comodino e rovescio il latte sul libro che leggo la sera, prima di addormentarmi. No! Non e’ neanche mio! Recupero una maglietta abbandonata sulla sedia chissa’ da quando e cerco di tamponare il danno. Mi chiedo se sia il caso di tentare di lavarlo un po’ per evitare che poi puzzi di caseificio. Beh, ma ho l’esperta in casa, perche’ non consultare lei?
Col libro in mano, entro in camera di mia madre senza bussare. E’ in sottoveste, versione Sophia Loren in “Prêt à porter”.
-Mamma, ho bisogno di due favori.-
Mi guarda sbalordita e fa: - Ah sei a casa? Certo, quali?-
-Ho versato del latte su questo libro, tu che sei piu’ brava di me in queste cose, per cortesia, vedi se puoi rimediare.-
-Si’, dammi, ci provo. E l’altro favore?-
-Vattene da casa mia entro domani. Fai pure con calma, puoi dormire qui stanotte, ma vattene, non c’e’ piu’ nessuna necessita’ che tu rimanga qui.-
Le mollo il libro in mano ed esco richiudendo la porta, con calma. Sto diventando bravissima a controllare la rabbia, con quello che costa rifare il vetro di una porta mi conviene.
postato da: blogexperiment2 alle ore 08:19 | link | commenti
categorie: martina e federico
mercoledì, 20 febbraio 2008

Prospettive

Sollievo. Sento solo sollievo. Forse dovrei provare rabbia per quello che mi ha detto, ma mi accorgo di non provarne. Non e’ incinta, l’importante e’ questo. Non tento nemmeno di richiamarla, ha smesso di esistere, bene, come vuole lei. Si e’ fatta il suo film, ha deciso i miei sentimenti per lei, o meglio, la mia mancanza di sentimenti, tutto e’ stato definito e giudicato, io non ho voce in capitolo. Ottimo.
Non ho tempo per queste menate assurde, non posso star dietro alle sue paranoie, cosa vuole da me? Dovrebbe conoscermi, dovrebbe fidarsi, invece non lo fa. Chiuso.
Accendo il portatile e recupero i file del lavoro che devo terminare. Ho gia’ perso un giorno e non posso permettermelo, ho delle scadenze.
Rileggo un testo, faccio delle correzioni, lo rileggo, non mi sembra che funzioni, c’e’ qualcosa di stonato ma non riesco a capire cosa. Lo rileggo di nuovo. Niente. Non riesco a concentrarmi. Apro la posta. 75 messaggi nuovi. 68 sono spam., 4 di lavoro, 1 di Matteo che vuole una conferma per la partita a calcetto, certo che ci vado, al volo, 1 e’ la newsletter che mi informa sui nuovi giochi della playstation (un gioco nuovo ci starebbe bene) e l’ultima e’ di una certa Tatiana, russa, che mi chiede di votare per lei e mi manda il link del sito dove sicuramente trovo le sue foto, nuda, a pagamento o qualche virus, gratis. Tatiana. Mi fa venire in mente Tiziana. Non solo per il nome. Prendo il cellulare, rubrica, cerca, T: Tiziana. Senza volere mi parte la chiamata, mentre mi chiedo se riattaccare fa il primo squillo, ormai e’ troppo tardi.
“Federico! Ciao, che sorpresa!”
“Ciao Tat… ehm Tiziana.”
“Quanto tempo, caro, cosa mi racconti di bello?”
“Mah, di bello niente, soliti casini col lavoro e col resto, tu?”
“Mi spiace, tesoro, io alla grande, sono appena tornata da Londra, non ti dico cosa non ho fatto!”
“Conoscendoti so che te la sarai spassata.”
“Bravo tesoro, sai che non perdo mai l’occasione!”
“Senti, a proposito di occasioni, sei libera stasera? Ti andrebbe di uscire?”
“Libera libera no, ho un mezzo impegno con degli amici ma se ti unisci al gruppo facciamo una breve apparizione e poi ce la filiamo per i fatti nostri, ok?”
“Mi sembra perfetto, titty.”
“Oh, tesoro, sai che adoro quando mi chiami cosi’! A casa mia alle 9?”
“Alle 9”
“Un bacio, tesoro”
“Un bacio, titty”
Riattacco agitato e contento. E’ la cosa migliore vedere gente nuova, persone vive, allegre, solari!
Mi faccio un caffe’ e mi porto la tazza vicino al portatile. Riapro il file e per l’ennesima volta rileggo il testo. Ora mi sembra perfetto, forse mi ostinavo a cercare errori dove non ce n’erano, a volte basta cambiare un po’ la prospettiva e tutto appare diverso, che stupido, dovevo pensarci prima.
postato da: blogexperiment2 alle ore 13:29 | link | commenti
categorie: martina e federico
venerdì, 15 febbraio 2008

Al telefono

“Pronto”
“Ciao, non pensavo mi avresti risposto”
“Dopo ieri sera sono curiosa di sentire cos’hai da dire”
“Tua madre ti ha detto…?”
“Non vedeva l’ora”
“Senti ma che ci faceva a casa tua, non eravate in rotta?”
“Le si e’ allagata casa e le stanno spaccando mezzo bagno per cambiarle i tubi, mi ha chiesto se nel frattempo potevo ospitarla da me.”
“E tu le hai detto di si’?”
“Gia’, ma cerco di star fuori il piu’ possibile, cosi’ evitiamo di litigare per ogni cazzata.”
“Ecco, peccato non averlo saputo.”
“Nessuno ti ha detto di venire qui a fare il maniaco.”
“Ero furente per ieri mattina”
“E quando sei furente vai in giro nudo come un verme?”
“Volevo riprendere da quando te ne sei andata e poi…”
“Poi cosa?
“Avevo voglia di te.”
“Non dici niente?”
“No”
“Perche’ no? Non ti fa piacere che continuo a desiderarti?”
“Da una parte mi fa piacere, dall’altra mi fa star male.”
“Cosa esattamente ti fa star male?”
“il fatto che continui a considerarmi una "scopata comoda".”
“Scopata comoda? Ti ho mai detto che ti considero cosi’?”
“No, ma di fatto e’ cosi’”
“Come fai a dirlo?”
“Perche’ il nostro rapporto e’ tutto basato su questo”
“Ma non e’ vero! Parliamo molto, condividiamo interessi…”
“Parliamo di te e dei tuoi problemi, solo di te, perche’ io ti chiedo, tu non chiedi mai. L’interesse e’ solo mio per te, mai tuo per me.”
“Io non chiedo perche’ tu non ami parlare di te”
“Di me non parlo perche’ di fronte alle tue cose sparisco, perdo qualsiasi valore e consistenza, sono niente”
“Perche’ dici cosi’, non e’ vero”
“E’ vero invece, di me in fondo non ti importa niente, mi usi per soddisfare i tuoi bisogni, come lo potresti fare con un’altra, un’altra qualunque”
“Tu non sei una qualunque, io voglio te, solo te.”
“Voglio. Voglio e’ la parola sbagliata. Continui a non capire, ho provato a spiegartelo piu’ volte, anche con parole diverse, ma quello che dico non ti arriva. Senti, finiamola qui, e’ tutto inutile.”
“No, aspetta, devo chiederti una cosa”
“Dimmi”
“Sei incinta? E’ per questo che sei venuta da me ieri?”
“Incinta?! Ma se prendo la pillola da quando ci siamo messi insieme!”
“E’ che stanotte ho fatto un sogno strano e tu allattavi un bambino…”
”Ecco, di nuovo uno dei tuoi sogni premonitori. Sei proprio un idiota. Lo sai che per me i sogni sono solo la rappresentazione delle paure inconsce. E’ chiaro che hai paura che io possa in qualche modo incastrarti. Stai tranquillo, mi sono guardata bene dal rimanere incinta e non ci sara’ mai piu’ il rischio che ci rimanga per merito tuo, da questo momento per te smetto di esistere.”
 
Metto giu'. Spengo il cellulare. Non mi ami e non posso costringerti a farlo, ma posso costringermi a fare a meno di te.
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In frantumi

Le luci sono spente. Bene, e’ fuori o a letto.
Un latte e cognac, magari piu’ cognac che latte. E del miele, che ho anche mal di gola. Entro in cucina al buio, vado diretta al frigorifero e tiro fuori il latte. La luce del frigo mi fa vedere quello che prima non avevo notato, passandoci di fianco al buio. Mollo il tetrapack e la porta si richiude da sola, piano, i suoi occhi mi fissano mentre la fetta di luce si assottiglia e sparisce.
-    Mamma, che cazzo ci fai sul tavolo al buio?! –
-    Ciao, Martina, sto meditando. –
Tentando di scivolare sul latte versato, vado alla porta della cucina per accendere i faretti, mia madre mi ha seguita con gli occhi, per il resto non ha mosso un muscolo e continua a fissarmi con l’aria ebete di un buddha nella sua posizione del loto, sul mio tavolo.
-    Scusa ma non puoi farlo in camera?-
-    Questa e’ la zona migliore della casa secondo il feng shui.-
-    Ah ecco, se lo dice il feng shui…
Penso a dove vorrei infilarle il mocio con il quale ripulisco il latte e mi domando cosa ne penserebbe un esperto di feng shui a riguardo.
Ovviamente era l’ultimo cartone di latte in casa.
Il cognac da solo non mi piace, rimarrebbe il miele … ho capito, mi faccio un te’.
-    Hai poi visto Federico? –
-    No, non l’ho visto. – (eccola, lo sapevo che non faceva finta di nulla)
-    Io si’, era nudo e ti cercava. –
-    Si’, ho letto il tuo messaggio, grazie.-
-    Strano ragazzo, chissa’ che gli ha preso.-
-    Avra’ voluto farmi uno scherzo.-
-    Senti, sei sicura che vada tutto bene?-
Sbatto il pentolino sul fornello e mi giro –Va tutto benissimo, mamma, quindi sei pregata di non occupartene.-
-    Come vuoi, solo … Martina …non pensare che tutti gli uomini siano come tuo padre…-
-    Mio padre?! Cosa c’entra mio padre?- il tono di voce mi si e’ alzato, vorrei non urlare ma e’ piu’ forte di me -Lascia mio padre fuori da questa storia e soprattutto dalla mia vita –
-    Si’, certo pero’ a volte la tua visione delle cose e dei rapporti e’ condizionata da…-
-    Piantala! – esco e sbatto la porta. Pessima mossa, il colpo e’ stato forte e la parte superiore della porta e’ di vetro smerigliato, era. Mi giro e vedo mia madre, sempre sul tavolo, attraverso i pezzi di vetro rimasti attaccati alla cornice della porta. –Stai ferma li’ – le dico – sei a piedi nudi.- Vado a prendere l’aspirapolvere, prima tiro su il grosso con scopa e paletta, poi aspiro tutto il pavimento. Rimetto via l’aspirapolvere, auguro a mia madre la buonanotte, sentendomi piu’ la donna delle pulizie che sua figlia e me ne vado a letto. Senza cena. Senza latte e cognac. Senza te’. Senza te.
 
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mercoledì, 13 febbraio 2008

L'irreparabile

Non posso credere di averlo fatto davvero.

Rientro in casa mia, chiudo la porta e mi ci appoggio, prima solo con la fronte, poi praticamente mi ci sdraio in verticale, quasi volessi abbracciarla o sparirci dentro.

Non ho mai saputo controllare la rabbia, quando sono incazzato sragiono e finche’ non ho fatto l’irreparabile non c’e’ verso di fermarmi. Questa volta e’ un’irreparabile figura di merda con la madre della mia ragazza. Ex-ragazza, I suppose.

Come ho fatto a non pensare che poteva venire qualcun altro ad aprire alla porta? E se invece di sua madre era un uomo? A questo punto non posso neppure escludere ci sia di mezzo un altro uomo. Non ci capisco piu’ niente. Tolgo le scarpe senza slacciarle e proseguo fino al divano. Ho caldo e sbottono l’impermeabile. Cerco di non guardarmi ma lo so molto bene che sotto sono nudo e mi faccio schifo. Rivedo la faccia di sua mamma e mi faccio ancora piu’ schifo. Sara’ meglio che mi rivesta. Abbandonato l’impermeabile sul divano, vado in camera e mi metto su una tuta, gia’ va un po’ meglio.

Cosa faccio, sparisco per sempre o la chiamo per scusarmi? Scusarmi… in fondo se l’e’ cercata, certo che la cosa brutta e’ che c’e’ di mezzo sua madre…

Ci sono pure andato a cena, qualche mese fa, ha detto che sembravo un bravo ragazzo… adesso mi sa che ha cambiato idea.

Cucina bene, la signora, peccato che poi quella serata si sia guastata, lei e Martina trovano sempre il modo di litigare, tranne in questo periodo, a quanto pare.

Massi’, una birra e mi passa il pensiero, accendo la tv, dovrebbe esserci una trasmissione sportiva, pazienza se e’ gia’ iniziata. Stacco il telefono, spengo il cellulare per evitare qualsiasi rappresaglia e vado al frigo, invece che una lattina prendo direttamente la confezione da sei. Ne scolo subito mezza, avevo sete. Anche fame, a dire il vero, le pizze in freezer sono finite, pero’ c’e’ una porzione di lasagne surgelate. Ah, sono quelle al radicchio che ho preso per sbaglio, visto che non ho voglia di star li’ a farmi una pasta, me le faccio andar bene lo stesso. La piazzo nel micro e mi metto a guardare la tv. Stanno facendo l’ennesima polemica su arbitri e guardialinee, che palle, i goal li hanno gia’ fatti vedere, capito, mi cerco i risultati sul televideo. Evvai, abbiamo vinto 3 a 0, ci voleva, ora siamo secondi in classifica! Festeggio con l’altra mezza birra e nel frattempo suona il timer. Faccio spazio sul tavolino davanti alla tv, recupero forchetta e tovagliolo poi cerco il dvd della terza serie di Lost, scaricata da internet. A che episodio ero arrivato?

Mi sono perso nella giungla, non so perche’ ho lasciato gli altri, non so dove siano ne’ dove mi trovo io ora. Fa caldo, ho un impermeabile addosso, perche’ indosso un impermeabile? Lo tolgo, sono nudo, me lo allaccio in vita coprendomi davanti e continuo ad avanzare nella vegetazione fitta, faccio fatica, sudo, ma non mi decido ad abbandonare l’impermeabile, non so perche’ ma e’ importante che io mi copra, anche se sono qui da solo, non devo restare nudo, forse voglio proteggermi dai rami bassi che non riesco ad evitare, forse ho paura di essere morso da qualche animale, forse temo che presto arrivi un uragano, non conosco la ragione di questa ansia, ma mi stringo di piu’ in vita le maniche, come se da cio’ dipendesse la mia salvezza. Non sono piu’ nella giungla, ora sono in una grotta, mi rendo conto che prima, fuori, c’erano dei rumori, animali forse, brusii, ora il silenzio e’ totale, anche i miei passi non producono suono e io provo a parlare, ad urlare, ma non ci riesco, sento lo sforzo della gola ma non ne esce nulla. Continuo a camminare anche se spesso devo evitare degli spuntoni di roccia, devo abbassarmi, strisciare, poi, finalmente la grotta si allarga e diventa piu’ luminosa. Martina! E’ seduta, li’ di di spalle, non guarda nella mia direzione. Ha i capelli raccolti e indossa una camicia da notte bianca, sembra una di quelle camicie di inizio secolo, di cotone pesante. E’ aperta davanti e abbassata, le vedo il collo, le spalle, i seni nudi. Vorrei avvicinarmi e toccarla ma mi accorgo che attaccato al suo seno sinistro c’e’ un bambino che lei sta allattando. Non vedo i loro volti, quello del bimbo e’ affondato nel seno e mi chiedo come riesca a respirare, la faccia di Martina invece e’ rivolta al bambino, so che gli sta sorridendo anche se non la vedo, guarda il bambino, io non riesco a chiamarla, provo ad avvicinarmi, ma mi sento svanire, io in realta’ non esisto.

Apro gli occhi. Ad un certo punto devo essermi coperto con l’impermeabile, poi, girandomi, devo essermici intorcigliato. Lost sta ancora andando, vedo alcuni superstiti sulla spiaggia, c’e’ una discussione ma non capisco niente, chissa’ quanto ho dormito. Sul tavolino il contenitore sporco in cui c’erano le lasagne, per terra le lattine, vuote.

Ora so perche’ Martina mi ha lasciato: e’ incinta.

Ho la nausea. Giusto a proposito.

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venerdì, 08 febbraio 2008

Rifiuti

I fazzolettini usati andranno nell’umido o nella carta? La carta dei cioccolatini sara’ veramente stagnola o qualcosa di simile mischiato a plastica? Ormai per fare la raccolta differenziata ci vuole la laurea in chimica. Per non sbagliare butto tutto nel bidone del non riciclabile, tranne il sacchetto di plastica, che finisce, appunto, nel bidone della plastica.
Buttata la spazzatura, non ho voglia di risalire in casa. Fra poco torna mia madre e non ce la faccio a reggerla, non stasera. Le scrivo un messaggio: “Ceno da un’amica, non aspettarmi.”, cosi’ non si preoccupa e soprattutto non rompe. Da quando la ospito a casa mia ha ricominciato a considerarmi una quindicenne e mi angoscia cercando di impicciarsi nella mia vita. Piu’ di tanto, pero’, sa che non deve insistere, le cose sono cambiate e quella che potrebbe sbatterla fuori adesso sono io. Speriamo si sbrighino a risistemarle casa, non mi ci voleva pure lei tra i piedi, proprio in questo momento. Fosse capitata qualche mese fa, quando tutto andava bene, mi sarebbe scivolata addosso, neanche l’avrei vista e lei sarebbe stata muta, tramortita dalla mia felicita’. Ora, la tramortita sono io.
Sento arrivare un tram, un tram ortito, per assonanza decido di salirci. Per fortuna e’ quello che va verso il centro, non mi andava il giro turistico davanti all’ospedale, quello e’ piu’ adatto ai traumatizzati, i tramortiti invece, prego, in fila per il tram per piazza Duomo.
C’e’ parecchia gente, ma riesco a sedermi. Qualcuno ha lasciato un finestrino aperto e entra aria gelida. Sembra non dar fastidio a nessuno, io invece, inizio a starnutire. A ripetizione. Mi frugo in tasca, per fortuna mi e’ rimasto  mezzo pacchetto di fazzolettini, ma dopo pochi minuti e tanto soffiarci dentro, mi ritrovo tra le mani palline di poltiglia, cosi’ imparo a prenderli al discount. Deve essere stata l’acqua di stamattina e le difese immunitarie azzerate da quanto sto male dentro.
L’extracomunitario seduto vicino a me, vestito con una tuta da lavoro sporca e unta, mi guarda con un po’ di schifo poi si alza e sta li’ in piedi davanti alle porte. Alla fermata pero’ non esce, si siede al posto di una donna che si e’ alzata ed e’ scesa dal tram. Ecco, forse sarebbe stato meglio il tour verso l’ospedale, con un po’ di fortuna, magari, trovavo qualcuno conciato peggio di me che non mi schifava. Ma e’ possibile che a nessuno dia fastidio l’aria che entra? Mi alzo e chiedo alla signora di fronte a me “Mi scusi, le spiace se chiudo il finestrino?”
“E’ bloccato” mi dice senza neanche guardarmi in faccia.
“Ah.”
Faccio per risedermi ma al mio posto c’e’ un ragazzotto con uno zaino tra le gambe e la testa tra le cuffiette del lettore mp3. Da una parte mi attraversa il suo sguardo vuoto, come se fossi trasparente, dall’altra l’aria fredda, quasi mi entrasse e uscisse dai pori. In piedi la sento ancora di piu’ che da seduta. Sto male, forse mi sta venendo la febbre e sono arrabbiata, frustrata.Vorrei urlare: “Grazie a tutti, eh!”, grazie al disgusto dell’extracomunitario, all’indifferenza della signora, al finestrino bloccato, alla maleducazione del ragazzo, a mia madre senza la quale non sarei qui e soprattutto a Federico, che riesce sempre a farmi star peggio di qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Si’, vorrei urlare e magari picchiare qualcuno, invece scendo alla prima fermata e fino al Duomo me la faccio a piedi, magari un po’ mi passa.
 
Complice il giallo dei lampioni, la pioggia trasforma la strada in una lunga stola di lame’.
Mi chino a raccoglierne un lembo e la drappeggio sulle spalle. E’ una vanita’ che non mi scalda. Starnuto di nuovo. A sapere che si rimetteva a piovere me ne stavo sul tram, anzi, tornavo a casa. Ormai sono in centro, entrero’ in un fast-food e prendero’ qualcosa di caldo. Prima pero’ compro dei fazzoletti di carta in un’edicola da strada, mi costerebbe meno la bandiera di una qualche squadra di calcio, quella nazionale, o meglio quella per i turisti, con gli scorci piu’ suggestivi della citta’. Decido  per i fazzoletti solo perche’ soffiarsi il naso nella viscosa deve essere un’impresa disperata e gia’ qua di disperata basto io.
Nel fast-food fa un caldo tropicale, ottimo, il colpo di grazia dello sbalzo termico era quello che mi mancava. Mi metto in fila e quando arriva il mio turno mi incasino con il giubbotto, che nel frattempo ho tolto, che mi scivola di mano, il portafogli, il resto e il vassoio con la cioccolata calda, sono la solita imbranata.
Trovo un tavolo in fondo, vicino al bagno e di fronte al contenitore per i rifiuti, l’angolo piu’ squallido del locale, tanto per mettermi allegria.
Mi decido a recuperare il cellulare dalla tasca dei jeans. Un messaggio. L’ennesimo insulto? Lo apro sperando che sia qualcosa di diverso, qualcosa che non mi dia un’altra fitta. Infatti e’ altro, e’ peggio: “Federico e’ stato qui. Ultimamente ha preso a girare nudo?” Mamma”
Mi cadono in sicrono la mascella e, di mano, il cellulare. Fa strike con il bicchiere della cioccolata che cade come un birillo. Grazie all’unico colpo di fortuna della serata, il liquido caldo e marrone viene trattenuto dal vassoio e non mi cola sui pantaloni come merda, strano, eppure ne arrivano secchiate da ogni angolo.
Ripulisco il cellulare in qualche modo, poi lo spengo e lo avvolgo in 4 o 5 tovagliolini di carta prima di ricacciarmelo nella tasca dei jeans. Mi guardo intorno cercando un inserviente a cui affidare il vassoio, prima di fare altri danni in giro, ma il fast food e’ ormai strapieno, le file per ordinare partono dalle porte d’ingresso, i dipendenti sono tutti alle casse o alle friggitrici, nessuno si occupa delle pulizie. Mi rassegno ad appoggiare con cautela  il vassoio devastato e paludoso sopra il raccoglitore dei rifiuti, quanto a me, invece, se ci passassi, mi ci infilerei volentieri dentro.
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Di nuovo

“Stronza” – invia.
“Idiota” – invia.
“Cretina” – invia.
“Deficiente” – invia.
“Scema” – invia.
“Piccola idiota” – invia.
Piccola idiota e’ diverso da idiota perche’ sottolinea quanto sei infantile. Ecco:
“Infantile” – invia.
Ho un crampo al pollice, ho esaurito insulti e credito telefonico e non mi sento per niente meglio.
Basta con i messaggi ma non finisce qui. Recupero dall’armadio un vecchio impermeabile, infilo le scarpe senza calze ed esco. Vado a pareggiare i conti.
Sei in casa, dalla strada vedo il tuo balcone illuminato.
Decido di darti l’ultima opportunita’ e citofono.
“Sono io, apri, dobbiamo parlare.”
Mi risponde un ronzio.
Al solito, stai zitta e non rispondi, come non hai risposto a nessuno dei dannati messaggi che ti ho mandato.
Nel frattempo esce una coppia, mi guardano un po’ strano ma io sorrido e li ringrazio mentre mi affretto a spingere verso l’interno il portone che stavano richiudendo.
Salgo al secondo piano, tolgo l’impermeabile, lo ripiego e lo poso di lato allo zerbino. Suono.
Guardi dall’occhio magico, non apriresti mai senza guardare, e adesso i casi sono  i seguenti: o mi apri e parliamo, o mi apri, mi baci e lo facciamo fuori o dentro casa, o non mi apri.
Se non mi apri mi metto a far casino e lo so che non c’e’ nulla che odieresti di piu’ al mondo di sapermi qui fuori, nudo, ad urlare richiamando i vicini.
Avvicino la faccia alla porta e l’occhio all’occhio magico, ti dico a voce bassa: “Dai, tesoro vieni fuori a finire quello che hai iniziato stamattina. Se non mi apri urlo ad oltranza un crescendo di sconcezze che neanche con l’esorcista gli ridaranno piu’ la rispettabilita’ a questo stabile”.
Apri ma non sei tu.
E’ tua madre.
Ma che cazzo ci fa tua madre a casa tua se non vi parlate da tre mesi?!
“Ciao Federico.”
La fisso impalato come un ebete per qualche secondo prima di tuffarmi a recuperare l’impermeabile.
“Buonasera Signora” dico con un filo voce, senza guardarla, mentre mi infilo l’impermeabile e lo chiudo stringendolo in vita come un accappatoio.
“Martina e’ uscita, devo dirle che sei passato?”
“No, grazie, magari non glielo dica, mi scusi, se avessi saputo che c’era lei in casa non mi sarei mai presentato cosi’… io, io avevo citofonato…”
“Il citofono e’ guasto”
“Ecco, io pensavo che Martina non volesse rispondermi… abbiamo litigato.”
“Si’, non preoccuparti, non sei il primo uomo che vedo nudo e poi potresti essere mio figlio”
“Beh, mi dispiace lo stesso. E’ meglio che vada ora”
“Ciao Federico, mi ha comunque fatto piacere rivederti”
“Si’ si’, anche a me, buonanotte Signora”.
 
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